S1. Ep.1 – L’incidente della ThyssenKrupp

La tragedia della ThyssenKrupp: cosa è successo la notte del 6 dicembre 2007 a Torino? Un racconto della concatenazione di eventi, con testimonianze e riflessioni sul futuro della prevenzione.


Introduzione

Quella che avete sentito è la voce di Antoni Boccuzzi, unico sopravvissuto ad uno degli incidenti sul lavoro più tragici nella storia recente italiana: l’incidente della ThyssenKrupp, avvenuto il 6 dicembre 2007 a Torino.

Questo evento ha rappresentato un punto di svolta nella percezione e nella gestione della sicurezza sul lavoro in Italia.

Le fiamme che hanno avvolto quella fabbrica non hanno solo bruciato cemento e acciaio, ma hanno anche portato alla luce gravi lacune nel sistema di prevenzione e protezione dei lavoratori.

Cercheremo di esplorare non solo ciò che è accaduto quella tragica notte, ma anche l’impatto che questo evento ha avuto sulla legislazione e sulla coscienza collettiva.

Ci soffermeremo sui fatti, sulle testimonianze e sulle conseguenze dell’incidente, cercando di capire come e perché si sia potuto verificare un disastro di tale portata in uno dei paesi più industrializzati al mondo. Iniziamo

Contesto storico

Per comprendere appieno l’incidente della ThyssenKrupp e il suo impatto, è essenziale esplorare il contesto in cui si è verificato.

La ThyssenKrupp è una delle principali aziende siderurgiche al mondo, con una lunga storia nel settore dell’acciaio e della metallurgia.

Nasce in Germania, dalla fusione delle aziende Krupp (fondata nel 1811) e Thyssen (fondata nel 1891).

Dopo la loro unione nel 1999, ThyssenKrupp è diventata un gigante industriale globale, operante in molteplici settori, con stabilimenti in diversi paesi del mondo, tra cui l’Italia.

Lo stabilimento di Torino, dove si è verificato l’incidente, era già al centro di importanti cambiamenti.

A partire dagli anni 2000, l’azienda aveva avviato un piano di ristrutturazione che prevedeva la chiusura graduale della fabbrica torinese e il trasferimento della produzione alle Acciaierie di Terni.

Questo processo di chiusura era accompagnato da incertezze e preoccupazioni tra i lavoratori, che si trovavano a fare i conti con il rischio di perdere il proprio posto di lavoro e con una allarmante diminuzione delle misure di sicurezza.

Nel periodo immediatamente precedente l’incidente, lo stabilimento di Torino contava ancora circa 200 lavoratori, un numero già ridotto rispetto ai tempi d’oro.

Le condizioni di lavoro erano peggiorate, la manutenzione sempre più carente e la direzione aziendale sembrava ormai aver abbandonato ogni attenzione per la sicurezza.

Gli operai stessi avevano segnalato ripetutamente la mancanza di misure adeguate per prevenire incidenti, ma le loro voci rimasero inascoltate.

In fondo, di lì a poco avrebbero dovuto chiudere la produzione per spostarsi, cosa sarebbe potuto capitare?

Questa situazione ha creato un clima di tensione e di insicurezza crescente tra i lavoratori.

Molti di loro erano consapevoli dei gravi rischi che correvano ogni giorno, ma si trovavano senza risposte e senza valide alternative.

La notte del 6 dicembre 2007, queste preoccupazioni si sono trasformate in una terribile realtà, quando un incendio devastante ha danneggiato gravemente lo stabilimento, causando la morte di sette persone.
Il contesto in cui è avvenuto l’incidente è quindi fondamentale per comprendere non solo le cause immediate della tragedia, ma anche le responsabilità più ampie che hanno coinvolto la dirigenza aziendale e le politiche di sicurezza sul lavoro in Italia.

Ma ora, proviamo ad entrare nei dettagli di quella fatidica notte.

L’incidente

Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, lo stabilimento della ThyssenKrupp di Torino era avvolto in una calma apparente.

Gli operai stavano lavorando sulla Linea 5, nel reparto di Ricottura e Decapaggio dove l’acciaio, appena uscito dal processo di laminazione, veniva raffreddato.

Si preparavano a riavviare l’impianto dopo una pausa per manutenzione tecnica. Era un lavoro di routine, ma quella notte qualcosa non andò secondo i piani.

Tutto iniziò vicino ad una macchina chiamata raddrizzatrice o spianatrice, una macchina impiegata per rendere il nastro di lamiera piano, dopo i trattamenti cui viene sottoposto.

Il nastro di acciaio, non correttamente centrato, iniziò a sfregare contro la struttura metallica della macchina, generando un forte attrito.

Questo attrito produsse delle scintille, che innescarono l’incendio di un certo quantitativo di carta imbevuta di olio, carta utilizzata per proteggere il nastro di acciaio avvolto in bobina, che si trovava in abbondanza nelle vicinanze a causa di perdite dai circuiti oleodinamici usurati e dei residui del processo di laminazione che si svolgeva sulla linea.

Normalmente questa carta veniva rimossa durante la lavorazione, ma il dispositivo di rimozione automatico non funzionava correttamente e, poiché spesso riutilizzata, la carta si strappava accumulandosi nel reparto.

Notando le fiamme, un operatore corse alla sala di controllo per lanciare l’allarme, attivandosi con i colleghi per spegnere l’incendio, ancora di piccole dimensioni, con gli estintori a loro disposizione. 

Ben quattro dei cinque estintori utilizzati risultarono scarichi o parzialmente vuoti.

In pochi secondi, il fuoco divenne incontrollabile, alimentato dalla carta intrisa d’olio, dalla segatura usata per assorbire l’olio stesso, e da altro materiale di scarto presente in reparto.

Le condizioni all’interno dello stabilimento divennero subito infernali.

Mentre Antonio Boccuzzi, l’unico sopravvissuto di quella notte, si portava all’attacco dell’idrante e attendeva l’autorizzazione per aprire l’acqua, le fiamme danneggiavano un tubo flessibile del sistema oleodinamico dell’impianto, causando la fuoriuscita di olio nebulizzato ad alta pressione che si innescò immediatamente, producendo una vera e propria palla di fuoco che investì sette persone. Le fiamme si alzarono alte, il fumo denso rese difficoltose la visibilità e la respirazione, le uscite di sicurezza erano difficili da raggiungere a causa dell’intensità dell’incendio.

E le operazioni di soccorso da parte dei colleghi, pur tempestive, non furono sufficienti. Antonio Schiavone, che aveva cercato di spegnere l’incendio passando dietro all’impianto, morì sul posto. 

Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi morirono nelle settimane successive, a causa degli esiti delle ustioni riportate.

Le critiche all’azienda non tardarono ad arrivare.

Alcuni operai coinvolti nell’incidente erano al lavoro da 12 ore e diverse testimonianze evidenziarono la totale inefficacia dei sistemi di sicurezza.

Gli estintori erano scarichi, gli idranti inefficienti e non si poteva far conto su personale specializzato per la gestione di un’emergenza del genere.

Come era possibile che un’azienda delle dimensioni e della reputazione di ThyssenKrupp avesse permesso che si verificasse una simile tragedia?

Come potevano gli estintori, l’ultima linea di difesa per quegli operai, non funzionare?

Le testimonianze del sopravvissuto e dei colleghi degli operai morti raccontano una storia di negligenza e abbandono.

Questo aspetto mi fa venire in mente la teoria delle finestre rotte. Ne avete mai sentito parlare? La teoria afferma, semplificando, che l’esistenza di una finestra rotta in un quartiere cittadino potrebbe generare fenomeni indesiderati, portando qualcun altro a rompere un lampione o un idrante, dando così inizio a una spirale di degrado urbano e sociale.

Riportato nella realtà di un’azienda, il senso di abbandono da parte della dirigenza potrebbe portare i lavoratori a perdere lo stimolo a tenere la propria postazione in ordine o a rimuovere materiale di scarto, determinando un rapido peggioramento delle condizioni di reparto.

Ed è purtroppo una condizione che nel corso degli anni ho sperimentato direttamente, come dipendente di aziende metalmeccaniche e logistiche prima e rilevato spesso come consulente poi.

Attenzione: citando questa teoria non si stanno colpevolizzando i lavoratori. Si sta sottolineando come, a causa di politiche aziendali discutibili e approssimative, possano scattare dei meccanismi psicologici complessi e deleteri per gli stessi lavoratori.

Ma torniamo a noi.

La chiusura imminente dello stabilimento aveva portato a un progressivo disinteresse da parte della dirigenza, che sembrava più concentrata su questioni economiche che sulla sicurezza dei lavoratori.

Questa notte terribile ha messo in luce le gravi carenze nella gestione della sicurezza aziendale e ha avviato una serie di indagini che avrebbero portato a importanti conseguenze legali.

Nonostante tutto però, l’azienda ha sempre negato che l’incendio fosse causato da una violazione delle norme di sicurezza.

In una nota successiva, l’Ufficio Stampa di ThyssenKrupp dichiarava:

“Le cause precise dell’incendio sono tuttora in corso di accertamento e, al momento, non c’è alcuna conferma che, all’origine dello stesso, vi sia la violazione di standard di sicurezza. Nonostante la produzione dello stabilimento torinese sia progressivamente diminuita […] ThyssenKrupp non ha mai smesso di effettuare la manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti del sito torinese” […]

“La ThyssenKrupp” prosegue il comunicato “ha, continuamente mantenuto elevati standard di sicurezza, regolarmente verificati dalle autorità preposte […] e nonostante il già previsto e concordato trasferimento degli impianti […] non è stato ridotto il numero degli addetti al servizio antincendio aziendale né degli addetti al servizio sanitario interno”.

“La ThyssenKrupp, ricorda inoltre che occupa circa 3.500 dipendenti e genera, nella sola area geografica più direttamente interessata dalla propria presenza, una capacità di reddito per oltre 25.000 persone”. Per rafforzare e ampliare il sito di Terni affinché diventi uno dei siti leader per la produzione di acciaio inox in Europa, ha avviato un programma di investimenti di circa 300 milioni di euro”.

“Negli accordi del luglio scorso conclusi con i sindacati […] a tutti i dipendenti dello stabilimento torinese sono state assicurate garanzie e misure  per il loro futuro; tanto che, in base agli stessi accordi, non è previsto il licenziamento di alcun dipendente”.

Il processo

Il processo contro i dirigenti della ThyssenKrupp è stato uno dei più importanti e seguiti nella storia recente del diritto del lavoro in Italia.

Le accuse erano gravi: omicidio colposo plurimo, disastro colposo, e omissione dolosa di misure di sicurezza.

Gli imputati principali includevano Harald Espenhahn, amministratore delegato della ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni, insieme ad altri cinque dirigenti.

Dopo un lungo dibattito processuale, nel 2011 il tribunale di Torino ha emesso una sentenza storica.

Harald Espenhahn è stato condannato in primo grado a 16 anni e mezzo di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale, un precedente assoluto in Italia per un incidente sul lavoro.

Gli altri dirigenti hanno ricevuto condanne variabili tra i 10 e i 13 anni.

Questa sentenza ha rappresentato una svolta epocale nel modo in cui il sistema legale italiano trattava i crimini legati alla sicurezza sul lavoro.

Non si trattava solo di negligenza, ma di una chiara e consapevole violazione delle normative sulla sicurezza, che aveva portato alla morte di sette persone.

Questo voleva essere un messaggio forte e chiaro: la vita dei lavoratori non può essere sacrificata sull’altare del profitto.

Il percorso processuale italiano si chiuse il 13 maggio del 2016, con pene variabili tra i 10 e i 6 anni.

Tutti hanno già scontato la pena tranne l’ex Amministratore Delegato Espenhann che, rientrato in Germania, è stato condannato in via definitiva il 10 agosto 2023 dal tribunale federale tedesco a 5 anni di reclusione (5 anni è la massima pena prevista in Germania per questo tipo di reato), pena da scontare in regime di semilibertà.

Questo caso ha avuto ripercussioni significative sulla normativa italiana in materia di sicurezza sul lavoro.

L’incidente della ThyssenKrupp ha influenzato il dibattito intorno al Testo Unico per la Sicurezza sul Lavoro (D.Lgs. 81/2008), un provvedimento che era già in fase di sviluppo e che è stato definitivamente approvato pochi mesi dopo l’incidente, il 9 aprile del 2008.

Tra le sue disposizioni principali vi sono l’obbligo per le aziende di adottare misure preventive adeguate e la responsabilizzazione diretta dei datori di lavoro e dei dirigenti aziendali e di tutte le figure che a vario titolo sono inserite nella realtà aziendale, aspetti già previsti nella precedente legge 626/94, in vigore ai tempi dell’incidente, la quale tuttavia presentava alcuni limiti.

Questo decreto ha cercato di colmare le lacune normative evidenziate dall’incidente ThyssenKrupp, imponendo sanzioni più severe per la mancata osservanza delle norme di sicurezza.

Ma siamo sicuri che inasprire le pene senza investire correttamente sulla cultura della sicurezza sia la strada giusta per ridurre gli incidenti sul lavoro?

Nei paesi con la pena di morte, se ci pensiamo, ci sono comunque omicidi, anche se la pena inflitta è la massima che si possa immaginare.

Non varrebbe la pena di incentivare maggiormente le aziende e i lavoratori a sviluppare comportamenti virtuosi anziché inasprire unicamente le sanzioni?

Le pene DEVONO essere esemplari, ma forse potrebbe essere utile pensare anche ad un sistema di premi per chi fa bene, oltre ad un sistema punitivo per chi fa male. 

Le ripercussioni dell’incidente si sono fatte sentire anche a livello europeo, dove l’Italia è stata posta sotto la lente di ingrandimento per garantire che simili tragedie non si ripetessero. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro e l’Unione Europea hanno più volte richiamato l’importanza di norme rigorose e della loro effettiva applicazione per proteggere la vita dei lavoratori.

E, dopo tanti anni, possiamo dire veramente che il nostro sistema funziona come dovrebbe?

Le reazioni

Le testimonianze dei sopravvissuti, dei familiari delle vittime e dei colleghi offrono uno sguardo molto umano su quella tragica notte e sui giorni successivi.

Una delle voci più toccanti è quella di Rosina Platì, madre di Giuseppe Demasi, uno dei giovani operai morti a causa delle gravi ustioni riportate nell’incendio.

Rosina ha raccontato più volte del suo dolore e della lotta incessante per ottenere giustizia, per suo figlio e per gli altri lavoratori caduti.

La sua determinazione è diventata un simbolo della lotta delle famiglie coinvolte.

Le parole di Rosina, così come quelle degli altri familiari, sono state spesso riportate nei media nazionali ed esteri e hanno evidenziato non solo il dolore, ma anche la rabbia per la percezione di una mancanza di attenzione da parte dell’azienda alle condizioni di sicurezza dei propri dipendenti:

“Mio figlio è morto sul lavoro,” ha detto Rosina, “e nessun genitore dovrebbe mai seppellire il proprio figlio per colpa della negligenza altrui.”

Anche Boccuzzi, sopravvissuto all’incidente e i colleghi delle vittime hanno avuto un ruolo fondamentale nel mantenere vivo il ricordo di ciò che è accaduto.

Alcuni di loro hanno riportato come il senso di abbandono e di impotenza fosse palpabile già prima dell’incidente, con macchinari obsoleti e procedure di sicurezza insufficienti.

Le loro testimonianze sono state cruciali nei processi, contribuendo a costruire il caso contro i dirigenti della ThyssenKrupp. Le reazioni dell’opinione pubblica e dei sindacati sono state immediate e forti.

L’indignazione per quanto accaduto ha portato a manifestazioni e scioperi in tutta Italia.

I sindacati, tra cui FIOM-CGIL, CISL e UIL, hanno organizzato una serie di proteste e hanno richiesto con forza un inasprimento delle leggi sulla sicurezza e una maggiore responsabilizzazione delle aziende.

Queste reazioni hanno avuto un ruolo importante nel mantenere alta l’attenzione mediatica sul caso e hanno spinto le autorità a prendere provvedimenti più severi.

L’incidente ha anche innescato un ampio dibattito pubblico sullo stato delle condizioni di lavoro in Italia, e su quanto la sicurezza dei lavoratori fosse spesso sacrificata in favore del fatturato.

A distanza di anni, il ricordo delle vittime deve rimanere vivo non solo nei cuori delle loro famiglie, ma anche nella memoria collettiva del paese.

Tengo da diversi anni corsi di formazione e mi accorgo che la maggior parte dei partecipanti, giovanissimi o meno, non sa cosa sia successo quella notte e perché sia successo.

I più giovani non sanno neanche di cosa si stia parlando.

Ogni anno, il 6 dicembre, le famiglie e i colleghi delle vittime si riuniscono per commemorare i loro cari, affinché il loro sacrificio non venga dimenticato.

Ma non basta.

Le testimonianze ci ricordano quanto sia importante continuare a lavorare per la sicurezza sul lavoro, affinché tragedie simili non capitino nuovamente e perché si crei una cultura della sicurezza.

Conclusioni

L’incidente della ThyssenKrupp è una tragedia che ha lasciato un segno profondo, non solo per le vite che ha spezzato, ma anche per ciò che ha rivelato sulle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro in Italia.

Questa storia ci ricorda quanto sia importante non dare mai per scontato il diritto alla sicurezza sul lavoro, un diritto che deve essere difeso con ogni mezzo possibile.

E ci ricorda anche che la sicurezza è un dovere di tutti, nessuno escluso.

L’incidente della ThyssenKrupp ha innescato una serie di cambiamenti.

Questi cambiamenti hanno contribuito a migliorare le condizioni di lavoro in Italia?

Non quanto avrebbero dovuto fare, per quanto il trend sembri essere al ribasso, con piccole diminuzioni percentuali di anno in anno (fatto salvo il 2020), il numero di morti sul lavoro è ancora preoccupante.

Parliamo, in media, di 3 persone al giorno.

Ogni giorno, migliaia di persone in tutto il mondo affrontano situazioni di rischio sul lavoro, e le leggi, per quanto severe, non sono sufficienti se non vengono applicate con rigore.

E tuttavia non è solo una questione di legge, è una questione di cultura della sicurezza.

Che dovrebbe essere innata in ciascuno di noi.

Ci si aspetta almeno che lo spirito di sopravvivenza ci accompagni da quando abitavamo nelle caverne… e invece siamo ancora qui a dover creare, coltivare e diffondere qualche cosa che dovremmo già possedere nelle impostazioni di fabbrica, alla nascita. 

E quindi dobbiamo chiederci: cosa possiamo fare, oggi, per garantire che tragedie come quella della ThyssenKrupp non si ripetano più?

Come possiamo assicurare che ogni lavoratore, in ogni settore, torni a casa sano e salvo alla fine della giornata?

FONTI

Press release TK
Archive – Industrial Union
Intervista madre vittima
Telefonata 118
Arresto Hespenhann
Prima News
Intervista Boccuzzi
Teoria finestre rotte

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