C’è un tratto di mare davanti alla costa di Ravenna che oggi appare calmo, quasi anonimo.
I turisti che si affacciano dalla spiaggia non immaginano che sotto quella superficie si nascondano i resti di una delle più gravi tragedie industriali italiane del dopoguerra. Lì, a circa trenta chilometri dalla costa, giace il relitto contorto della piattaforma Paguro, sprofondata dopo un’esplosione tanto violenta da farsi sentire fino a riva.
Oggi quel relitto è diventato una meta per i subacquei, un rifugio di pesci e coralli che hanno trasformato i resti di acciaio in un santuario di vita. Se lo guardi nelle fotografie subacquee, potresti scambiarlo per una scultura sommersa, un’opera di arte involontaria che il mare ha rivestito di colori. Ma per chi conosce la storia, la Paguro non è solo un paradiso marino: è una ferita che non si è mai davvero chiusa.
Era il 1965, e l’Italia stava vivendo l’illusione di poter dominare ogni risorsa, ogni profondità, ogni limite. L’Adriatico, con i suoi giacimenti di gas naturale, rappresentava una promessa di ricchezza e progresso. Il Paese era convinto che la tecnica bastasse a cancellare la paura, che la modernità fosse un’armatura capace di proteggere da ogni pericolo. Le piattaforme offshore, come la Paguro, erano il simbolo perfetto di quella fiducia, un segno di potenza che emergeva dalle acque e portava con sé l’orgoglio di un’Italia che si voleva grande.
Eppure, dietro le luci della propaganda e i comunicati delle compagnie, la realtà era un’altra. Le piattaforme erano spesso luoghi di fatica estrema, di rischio costante, di uomini che lavoravano per settimane in condizioni dure, lontani da casa, esposti al mare, al vento, alla pressione di turni che non finivano mai. Il 28 settembre fu la prova più amara di questa distanza tra l’immagine e la verità. Un’esplosione improvvisa, un incendio violentissimo, una struttura che si accartocciava su se stessa. Decine di uomini che si lanciavano in mare, altri che non sarebbero più riemersi.
Oggi, quando si parla della Paguro, si tende a raccontare soltanto ciò che è diventato: un relitto pacifico, un’oasi di biodiversità. Ma prima di essere un rifugio di pesci è stato il teatro di una tragedia. Questa puntata racconta una storia che comincia con l’ambizione e finisce con il silenzio. Ed è una storia che vale ancora la pena di ricordare.
Per capire come sia potuto accadere un disastro come quello della piattaforma Paguro, bisogna tornare all’Italia degli anni Sessanta, un Paese sospeso tra la fame di progresso e la memoria recentissima di un passato di miseria. In quegli anni la Romagna stava cambiando volto a una velocità che sembrava impossibile solo vent’anni prima. Le strade si riempivano di automobili, i cantieri spuntavano ovunque, e le grandi aziende energetiche guardavano all’Adriatico come a un territorio vergine, pronto per essere conquistato.
Nel mondo, il petrolio era diventato la risorsa strategica per eccellenza, simbolo di modernità e motore del boom industriale. Nel 1960 era nata l’OPEC, i paesi produttori cominciavano a rivendicare autonomia, e l’Italia, grazie all’ENI, tentava di ritagliarsi un ruolo di rilievo. Dopo la guerra, grazie a Enrico Mattei, il Paese aveva osato sfidare le grandi compagnie internazionali siglando accordi diretti con i produttori del Medio Oriente e puntando sulla valorizzazione dei giacimenti di metano in Pianura Padana.
L’ENI e l’AGIP incarnavano proprio l’orgoglio nazionale di un’industria finalmente autonoma, e investivano in perforazioni sempre più audaci. La scoperta di giacimenti di metano al largo di Ravenna aveva acceso una corsa che non riguardava solo l’economia: era un riscatto identitario, la possibilità di affacciarsi sulla scena mondiale non più come una nazione povera ma come una potenza industriale. L’Adriatico divenne una frontiera da colonizzare. Le piattaforme, viste dalla spiaggia, erano simboli di modernità e di una fiducia sconfinata nella tecnica.
Nel dopoguerra l’Italia non possedeva piattaforme di perforazione che venivano noleggiate da armatori esteri a costi elevatissimi.
Questo determinò la necessità di rendersi indipendenti e su licenza americana furono fatte costruire dall’Agip due piattaforme mobili, prima la “Perro Negro“ e, nel 1962/63 a Porto Corsini, la gemella “Paguro“.
La piattaforma Paguro, quindi, nasce in questo clima di ambizione.
È una piattaforma auto-sollevante, costruita con criteri che per l’epoca erano all’avanguardia. Il suo scafo galleggiante poteva essere trainato fino al punto di perforazione e poi issato su gambe d’acciaio piantate sul fondale, un sistema che permetteva di operare anche a decine di metri di profondità.
La Paguro prese subito il mare per iniziare l’attività di perforazione, e nel mese di giugno del 1965 fu posizionata per il sondaggio di un nuovo pozzo, il Porto Corsini 7, su un fondale di 25 metri posto a 14,5 miglia dal porto di Marina di Ravenna
Prima del giorno dell’incidente, la Paguro aveva già completato ventuno pozzi senza particolari difficoltà. L’opinione pubblica e le stesse aziende vedevano in quella continuità un segno di affidabilità. Nessuno, però, si interrogava seriamente sulla mancanza di protocolli di emergenza per fronteggiare un’eruzione incontrollata di gas ad alta pressione.
Gli uomini che partivano per i turni in mare vivevano settimane intere isolati, su una piattaforma che di notte sembrava una città sospesa. Il lavoro era faticoso, spesso monotono, ma sempre carico di tensione. Bastava un errore, un cedimento o un imprevisto per trasformare la routine in un incubo. Eppure, l’urgenza di produrre e di consolidare la supremazia italiana nel settore energetico era più forte di ogni timore. L’idea che il progresso industriale fosse inevitabile – e che ogni rischio fosse accettabile – permeava la mentalità di quei tempi. La stessa mentalità che spesso ritrovo negli operatori della “vecchia guardia”, che incontro di tanto in tanto nelle aziende che visito.
La propaganda contribuiva a questa narrazione: articoli entusiasti, foto di tecnici sorridenti, promesse di benessere per tutti. In quel racconto collettivo, non c’era spazio per i dubbi. Non c’era posto per l’ipotesi che una piattaforma potesse esplodere e trasformarsi in un cimitero di acciaio.
In questo scenario di aspettative smisurate e cautele superficiali, la Paguro si preparava a perforare un nuovo pozzo, come se fosse un’operazione tra le tante. Ma sotto il fondale, una sacca di gas stava aspettando di dimostrare che la natura, anche quando sembra piegata all’ingegno umano, può sempre riprendersi il suo spazio in modo imprevedibile.
L’incidente
Il 28 settembre 1965 era iniziato come un giorno qualunque. Sulla piattaforma Paguro gli uomini si erano svegliati presto, come sempre, con quella sensazione di attesa che accompagna ogni nuova perforazione. L’aria era calma, il mare quasi immobile. Da terra, nessuno poteva immaginare che di lì a poche ore il silenzio sarebbe stato rotto da un’esplosione così potente da scuotere la costa.
La squadra, come dicevamo, stava perforando un nuovo pozzo, il PC7, a una profondità che non aveva mai presentato anomalie, almeno fino a quel momento. I tecnici conoscevano il rischio delle sacche di gas, ma si fidavano delle mappe geologiche e dei dati raccolti nei mesi precedenti.
Verso metà mattina, la perforazione venne fermata, avendo raggiunto il suo obiettivo: un giacimento di metano posto a circa 3 km sotto il livello del mare.
Le operazioni sembravano svolgersi secondo i programmi ma i tecnici non si resero conto di aver intaccato anche un secondo giacimento, posto sotto al primo e non previsto, anch’esso contenente gas ad alta pressione.
Intanto i tecnici si stavano occupando delle operazioni di registrazione di logging: scartoffie e attività per determinare le proprietà fisiche, chimiche e geologiche delle rocce nel sottosuolo e dei fluidi in esse contenuti. In quel momento però l’equilibrio idrodinamico a fondo pozzo, che controbilanciava le pressioni dei fluidi nelle rocce, divenne instabile, provocando un’eruzione di gas.
In parole semplici, la pressione intrappolata nelle viscere della terra ha trovato una via di fuga improvvisa: come aprire una lattina di birra dopo che è stata agitata.
Non una semplice fuga di metano, ma un’eruzione violenta, capace di sprigionare una potenza di oltre seicento atmosfere.
L’acqua e il gas compressero la colonna di perforazione e si riversarono verso la superficie in una colonna alta trenta metri. La piattaforma, che sembrava solida e immobile, cominciò a tremare come una creatura viva.
Gli uomini corsero alle valvole di sicurezza per tentare di chiudere la falla. Cercarono di attivare le paratie di contenimento e di ridurre la pressione interna, ma i dispositivi si rivelarono del tutto insufficienti. Mentre i capisquadra urlavano ordini che si perdevano nel frastuono, la piattaforma si inclinava di pochi gradi, quanto bastava a far comprendere che l’equilibrio della struttura stava cedendo.
Per ore si alternarono tentativi disperati e brevi momenti di speranza. Ogni valvola chiusa sembrava rallentare l’eruzione, ma bastava un attimo perché la colonna di gas tornasse a salire.
Nel primo pomeriggio la situazione precipitò. La piattaforma era diventata un’isola instabile, con la base erosa dal cratere che l’eruzione aveva scavato sotto le gambe d’acciaio. Il gas si infiltrava in ogni vano, impregnava i vestiti e l’aria. Bastò una scintilla – forse prodotta dalla testa della trivella che oscillava per la pressione, forse da un contatto elettrico – a trasformare quel metano in un’enorme torcia. Un’esplosione scosse l’impianto, facendo schiantare i tubi e le sovrastrutture. Le fiamme si alzarono così in fretta che alcuni uomini non ebbero il tempo di capire cosa stesse accadendo. Stiamo parlando di fiamme di oltre 30 metri sopra il mare.
Solo una delle quattro zattere di salvataggio riuscì a essere calata in mare e accolse una parte dell’equipaggio; altre si ribaltarono o non furono utilizzabili. In molti, temendo che il gas potesse incendiarsi da un momento all’altro, scelsero di buttarsi direttamente in acqua, spesso senza equipaggiamento, nuotando alla cieca. Alcuni si rifugiarono su canotti rimasti integri, altri si aggrappavano alle scalette esterne, con il fuoco a pochi metri e il terrore di essere risucchiati sotto la piattaforma che si stava contorcendo su se stessa.
I soccorsi tardarono ad arrivare: le motovedette impiegarono quasi due ore a raggiungere la Paguro, ostacolate dal mare agitato e dal calore che faceva ribollire l’acqua intorno ai rottami. Sulla costa, le famiglie e i soccorritori guardavano le colonne di fumo alzarsi verso il cielo, mentre i nomi di chi mancava all’appello circolavano senza conferme. Delle 38 persone dell’equipaggio che per salvarsi dovettero gettarsi in mare nella notte, tre perirono fra le onde: il geologo Arturo Biagini, l’elettricista Bernardo Gervasoni e l’operaio Pietro Perri.
Il giorno dopo, quando l’incendio cominciò ad affievolirsi, la struttura aveva già perso ogni resistenza. Si inclinò ancora, si piegò come un origami e si inabissò nel cratere formato nel fondale dal gas, che continuava a uscire alla pressione di circa 600 atmosfere. Il calore era tale da portare l’acciaio ben oltre i mille gradi: non serviva arrivare alla fusione per far cedere la struttura, perché a quelle temperature il metallo perde quasi tutta la sua robustezza. Così, dopo ore di resistenza, la piattaforma collassò e scomparve in un boato sordo, inghiottita dall’Adriatico.
Della Paguro rimasero soltanto un alone di fumo e un ammasso di detriti. La promessa di progresso aveva lasciato spazio alla consapevolezza dei suoi rischi.
La fuoriuscita di gas fu messa sotto controllo solo tre mesi dopo.
Grazie a un intervento complesso – la perforazione di un secondo pozzo direzionato che intercettò la sacca di metano e ne ridusse la pressione – si riuscì finalmente a chiudere la falla attraverso una nuova perforazione laterale che intercettò il pozzo, ridusse la pressione e cementò definitivamente il PC7.
Il giorno dopo l’esplosione, mentre il mare si era fatto di nuovo calmo, i soccorritori setacciarono l’area con le motovedette. Tra i rottami galleggiavano pezzi contorti di tubazioni, frammenti anneriti di ponteggi, barili coricati a metà nell’acqua. Non c’era più traccia della piattaforma che per mesi era stata descritta come una meraviglia dell’ingegneria italiana. In quegli stessi momenti, cominciava la fase più delicata: capire chi fosse responsabile e quali errori avessero portato al disastro.
Le autorità avviarono subito un’inchiesta tecnica e un procedimento giudiziario. La magistratura ricevette i rapporti preliminari redatti dagli ingegneri dell’AGIP e dai sommozzatori incaricati di verificare la condizione del fondale. Emerse che l’eruzione era stata provocata da un insieme di fattori: una mappatura geologica incompleta, l’assenza di sistemi di chiusura ridondanti, la sottovalutazione della pressione reale del giacimento.
Nella dinamica si rivelò anche un altro problema, forse ancora più grave: la gestione caotica dell’emergenza.
Quando la colonna di gas aveva cominciato a sollevarsi, non esisteva un protocollo univoco che stabilisse come coordinare le manovre di contenimento. Ogni squadra aveva agito come poteva, seguendo ordini parziali e procedure non testate. Se vi state chiedendo perché insisto tanto sull’utilità delle prove di emergenza, ecco, questo è un bell’esempio direi.
La società proprietaria della piattaforma si difese sostenendo che un’eruzione di quelle dimensioni fosse un evento eccezionale, al limite dell’imprevedibile. Gli avvocati parlarono di fatalità, di una pressione che superava di molto le soglie di calcolo dei progetti. Ma per chi aveva perso un collega, un figlio o un marito, quelle parole suonavano come un alibi.
Gli interrogatori si susseguirono per settimane. Si ricostruirono le turnazioni, le comunicazioni via radio, i tentativi di chiudere le valvole di sicurezza. Alcuni operai raccontarono di aver ricevuto ordini contraddittori, altri dissero di aver lavorato per ore senza alcuna informazione su quanto stesse accadendo nella sala comandi.
Quando l’inchiesta passò alla fase giudiziaria, il Paese si divise. Da un lato c’era chi chiedeva processi esemplari, convinto che l’industria del metano avesse sacrificato la vita dei lavoratori in nome della fretta e del profitto. Dall’altro c’era chi sosteneva che l’Italia non poteva permettersi di rallentare la corsa all’energia, che l’Adriatico era una risorsa strategica e che in fondo ogni progresso comportava un rischio. In quell’atmosfera di tensione, la giustizia faticò a trovare un equilibrio. Le imputazioni vennero progressivamente ridimensionate. Alcune accuse di omicidio colposo furono trasformate in reati minori. Al termine del processo, le pene inflitte ai dirigenti furono modeste, soprattutto se confrontate con il prezzo pagato da chi era morto sul campo. L’opinione pubblica, già distratta da nuove cronache economiche e da altre notizie, presto si allontanò dall’eco della tragedia.
L’incidente della Paguro non determinò una rivoluzione immediata nelle normative di sicurezza, ma per la prima volta si comprese che l’Adriatico poteva essere un mare pericoloso, che sotto il fondale c’erano energie difficili da controllare.
Tuttavia, come spesso accade, la storia ufficiale scelse di ridimensionare l’impatto di quella scoperta.
Dopo i processi, il silenzio tornò a coprire la memoria dell’incidente. Le piattaforme continuarono a crescere di numero, i giornali smisero di parlarne e la tragedia della Paguro rimase per anni un racconto scomodo, affidato più ai ricordi dei testimoni che ai documenti ufficiali.
Le testimonianze raccolte nei giorni e nelle settimane successive riportano con chiarezza la difficoltà di quei momenti sul cantiere offshore.
Chi riuscì a salvarsi raccontò che tutto era accaduto in un tempo che sembrava dilatato e insieme rapidissimo. Alcuni ricordavano di aver percepito una vibrazione diversa dalle altre, un tremito che correva lungo la struttura come un brivido. Poi la colonna di gas che si sollevava dal fondale, un’onda bianca che faceva tremare i ponti e piegava le travi. E poi, il calore. Un calore così feroce che l’aria pareva incendiarsi prima ancora che le fiamme avvolgessero l’acciaio.
Bruno Mazzotti, uno dei sopravvissuti, raccontò di aver capito che non ci sarebbe stato tempo per aspettare ordini:
«Mi sono cosparso di grasso, ho indossato le pinne e sono saltato in mare. Non ho pensato più a niente, solo a stare lontano dal fuoco. Ho nuotato per ore, ma non so dire quante. Ricordo che ogni tanto guardavo verso la piattaforma ed era come un faro di fiamme. Non sapevo se sarei riuscito a resistere. Quando mi hanno tirato su, pensavo di non farcela più.»
Il direttore di macchina Menichetti si trovava in un’altra parte della piattaforma. Quando l’esplosione rese impossibile restare al suo posto, cercò un punto di fuga. Con uno sforzo che descrisse come “più vicino all’istinto che alla ragione”, riuscì a raggiungere un pontile secondario e a gettarsi in acqua.
Antonio Miserocchi, uno dei tecnici presenti sulla piattaforma racconterà:
«Il gas usciva con una violenza mai vista. Cercavamo di chiudere, di fermare l’eruzione, ma non c’era modo. La pressione era troppo alta, le valvole non tenevano. A un certo punto ho visto la gente che correva. Qualcuno gridava di buttarsi subito. Ho pensato che fosse finita.»
Chi era rimasto più a lungo sull’impianto raccontò che la Paguro sembrava piegarsi su se stessa, come se il calore avesse sciolto l’ossatura che la teneva in piedi. Qualcuno, aggrappato alle scale, vedeva il mare diventare nero di gas e, più lontano, i fari delle motovedette che tagliavano l’oscurità senza riuscire ad avvicinarsi.
I racconti dei superstiti parlavano tutti dello stesso momento: un istante in cui si era capito che la piattaforma non avrebbe retto, che nessun ordine avrebbe potuto cambiare l’esito. Allora ciascuno aveva deciso da solo cosa fare. Alcuni si erano buttati in mare con il salvagente impregnato di gasolio, che li spingeva a fondo. Altri avevano preferito aspettare, sperando che il calore calasse abbastanza da permettere un recupero. Poi c’erano quelli che non furono più ritrovati.
Le famiglie ricevettero comunicazioni frammentarie. Prima un telegramma vago, poi qualche notizia dai giornali, infine le lettere ufficiali.
Nessuno aveva preparato un sistema per informare con tempestività i parenti degli uomini in servizio. Nelle ore successive al crollo, molti capirono l’entità dell’incidente solo ascoltando i racconti di chi era rientrato a terra, con la faccia annerita e gli occhi vuoti.
Quelle voci, quelle memorie di chi aveva visto e perso, rimasero a lungo fuori dalle cronache ufficiali. I giornali preferirono parlare della chiusura del pozzo in eruzione, dei mezzi di contenimento, delle squadre di sommozzatori. La dimensione umana si ridusse a poche righe.
Oggi, nel punto in cui la piattaforma Paguro si inabissò, c’è un paesaggio completamente diverso. A trenta metri di profondità giace un relitto che il tempo e il mare hanno trasformato in un vero e proprio santuario naturale. Le strutture che un anni fa reggevano trivelle e tubi oggi ospitano coralli, spugne, aragoste, e banchi di pesci che si muovono tra i ponti spezzati. Dal 1994 l’area è stata dichiarata riserva naturale, e dal 1996 è diventata una meta fissa per sub e biologi marini: più di 60.000 immersioni sono state effettuate, coordinate dai volontari dell’Associazione Paguro. Qui è nato anche il primo progetto italiano di reef artificiale, che ha riutilizzato parti di sei piattaforme Eni dismesse alla fine degli anni ’90. Quello che era un impianto industriale oggi è uno dei siti subacquei più interessanti del Mediterraneo.
Eppure, sotto questa trasformazione positiva, resta la memoria di ciò che accadde nel 1965. L’incidente della Paguro è un esempio chiaro di come, all’epoca, la sicurezza fosse sottovalutata. C’era una fiducia quasi cieca nella tecnica e nella routine operativa: il pozzo Porto Corsini 7, che provocò l’eruzione, non era nemmeno segnato nelle mappe geologiche, e questo bastò a dimostrare quanto fossero fragili le certezze degli ingegneri.
Anche i sistemi di sicurezza si rivelarono inadeguati. Le valvole pensate per bloccare il flusso non furono sufficienti: il cedimento delle pareti del pozzo rese impossibile fermare il gas ad altissima pressione. L’eruzione si trasformò in incendio, e poi nel crollo totale della piattaforma.
In seguito, la vicenda venne citata di tanto in tanto come paradigma del rischio ignorato: per troppo tempo si era data per scontata la prevenzione, con conseguenze che finirono per travolgere le persone che ci lavoravano sull’impianto.
Raccontare questa storia oggi significa mettere insieme due piani diversi: da un lato un luogo unico, che da ferita è diventato rifugio; dall’altro la consapevolezza che dietro al progresso tecnologico ci sono decisioni che vanno valutate con responsabilità.
La tecnologia non basta se non è accompagnata da regole, protocolli e una cultura della sicurezza.
È una lezione che riguarda ancora oggi chiunque lavori in settori dove la velocità, l’abitudine o la fiducia nella macchina rischiano di far dimenticare i limiti dell’uomo.
“OMBRE SUL LAVORO: LEZIONI (IMPARATE E MANCATE) DAI GRANDI INCIDENTI” è un podcast di MAY S.r.l.s.,
Lo script è di Andrea Addabbo e Gaia Bocola
Le voci sono di Andrea Addabbo e Cristina Gramegna
Le musiche del podcast sono disponibili su www.fesliyanstudios.com
Il titolo della sigla è “Wolves”, di The Austen.
Registrato ai 2Play Studios di Varese
Il mixaggio finale è di Lorenzo Balice e Carlo Marinaci
Le fonti dei contenuti audio, sono indicate nella sinossi
Troverete articoli, risorse e altro legato al mondo della sicurezza sul lavoro sul sito may-hse.com
Fonti web:
- Articolo Pionieri ENI: https://pionierieni.it/wp-content/uploads/2013/12/Racconto-della-tragedia-del-Paguro.-Di-A.-Miserocchi1.pdf
- Articolo Ravenna e Dintorni: https://www.ravennaedintorni.it/cronaca/2015/09/28/cinquantanni-fa-la-catastrofe-del-paguro-al-largo-di-marina/
- Servizio: https://www.youtube.com/watch?v=L1k11C6Qe30
- Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Relitto_della_piattaforma_Paguro
- Esplorazione relitto: https://www.youtube.com/watch?v=gT6lsw_KFxI



