S1. Ep. 7 – Il disastro di Seveso

Immaginate una tranquilla giornata d’estate. Siamo nel 1976, alla radio passano la super hit del momento, “Non si può morire dentro” di Gianni Bella, Europa di Santana e Fernando degli ABBA.

Agosto si avvicina, tra poco si andrà al mare.

Tutto bello, tutto tranquillo. Anche a Seveso, un piccolo comune lombardo.

Le persone passeggiano per le strade attendendo le vacanze, ignare che a due passi da casa loro sta per verificarsi uno dei più gravi incidenti ambientali della storia italiana.

Proprio lì, a Seveso, si stava formando una nube tossica invisibile, capace di danneggiare l’ambiente e provocare gravi danni a persone e animali.

In pochi minuti l’aria calda dell’estate diventa portatrice di una delle sostanze più tossiche conosciute dall’uomo: la diossina.

Ci sono ancora tante domande aperte su questo episodio della storia recente italiana, discusso decine di volte da TV e giornali.

Racconteremo il contesto di quel periodo e le cause che hanno portato all’incidente anche se ad oggi non sono del tutto chiare le dinamiche che hanno portato al disastro.

Proveremo a capire cosa non ha funzionato e cosa ha funzionato, perché, paradossalmente, il rilascio della diossina si è verificato proprio a causa di una valvola che ha svolto il suo lavoro correttamente.

2. Contesto Storico e Background

Per comprendere l’incidente, dobbiamo esaminare a fondo l’azienda coinvolta e il contesto storico in cui si verificò.

Il 1976 era un anno complesso per l’Italia, segnato dalle tensioni politiche e sociali tipiche degli “anni di piombo”.

La Lombardia, motore industriale del paese, era un territorio cruciale per l’economia italiana, con un alto tasso di urbanizzazione e un forte sviluppo del settore manifatturiero. Tuttavia, il rapido sviluppo industriale aveva portato anche a gravi problemi ambientali e a una regolamentazione spesso insufficiente per garantire la sicurezza dei lavoratori e della popolazione.

Sul piano politico, il governo in carica nel 1976 era guidato da Giulio Andreotti, esponente della Democrazia Cristiana, che governava con un esecutivo di minoranza. Il paese era attraversato da tensioni legate alla crescita del Partito Comunista Italiano, che aveva ottenuto un grande successo alle elezioni politiche di quell’anno, avvicinandosi pericolosamente alla DC nel consenso popolare.

Il terrorismo era una realtà quotidiana: gruppi terroristici, come le Brigate Rosse e Ordine Nuovo, seminavano paura con attentati e rapimenti.

Il un clima di instabilità e di tensione crescente, la gestione del territorio e della sicurezza ambientale non erano tra le priorità del governo, il che lasciava ampi margini di manovra alle industrie, che operavano spesso con regolamentazioni deboli e controlli sporadici.

In questo contesto complicato operava, ai tempi anche l’azienda ICMESA (sigla per “Industrie Chimiche Meda Società Azionaria”), una società controllata dalla multinazionale svizzera Givaudan, che a sua volta faceva parte del colosso farmaceutico Hoffmann-La Roche.

Sebbene avesse sede in Italia, l’ICMESA era dunque una controllata straniera e rispondeva alle direttive della casa madre svizzera.

Lo stabilimento di Meda, operativo dal dopoguerra, impiegava circa 170 lavoratori ed era specializzato nella produzione di intermedi chimici per la sintesi di erbicidi e pesticidi. 

L’argomento di oggi non è tra i più semplici, è pieno di nomi strani e di processi complicati, ma proviamo a spiegarci in maniera chiara.

Cos’è un intermedio chimico? É una sostanza creata durante una reazione chimica, che serve per produrre un’altra sostanza finale.

Pensiamo a una ricetta di cucina: quando prepariamo una torta, prima dobbiamo iniziare a preparare alcune cose, tipo la crema o la pasta frolla.

Ecco, la crema e la pasta frolla sono passaggi intermedi che ci porteranno alla torta finita, e sono indispensabili per ottenerla.

Allo stesso modo, un intermedio chimico non si usa così com’è, ma viene miscelato ad altre sostanze per ottenere la sostanza finale.

Torniamo all’ICMESA. Tra i principali clienti vi erano industrie agricole e chimiche, che acquistavano i suoi prodotti per la formulazione di diserbanti destinati al mercato europeo e internazionale.

Ai tempi anche l’agricoltura era poco regolamentata, e la produzione intensiva dell’epoca faceva larghissimo uso di questi prodotti per migliorare la resa delle colture, rendendo la produzione chimica un settore altamente redditizio ma spesso poco controllato.

Per far fronte alle richieste produttive, all’interno dello stabilimento ICMESA di Meda era operativa una linea, la A101, dedicata alla produzione del 2,4,5-triclorofenolo, sostanza impiegata nella fabbricazione di diserbanti, fungicidi e battericidi.

Avendo moltissime richieste da parte dei clienti, ai quattro cicli produttivi settimanali pianificati (svolti dal lunedì al venerdì) venne aggiunto un quinto ciclo: questo veniva avviato il venerdì, sospeso nel fine settimana e poi ripreso il lunedì successivo.

Ed è in questo reparto che sta per verificarsi un enorme problema.

3. Narrazione dell’Incidente

Sabato 10 luglio 1976. Ore 12:30 circa.

Nello stabilimento ICMESA situato a Meda, al confine con Seveso (all’epoca in provincia di Milano, oggi nella provincia di Monza e della Brianza), il reattore chimico A101, destinato alla sintesi del 2,4,5-triclorofenolo subì un’avaria nel sistema di controllo, consentendo alla temperatura e alla pressione di salire oltre i limiti di sicurezza. 

E qualcuno tra voi si starà dicendo “bello, ok, ma cos’è un reattore chimico?”. Proviamo a semplificare.

Un reattore chimico è un contenitore speciale in cui si fanno avvenire reazioni chimiche controllate.

Facciamo un altro parallelo culinario. Immaginiamo un pentolone da cucina: mettiamo dentro gli ingredienti, li mescoliamo, aumentiamo o abbassiamo la temperatura e alla fine ottieniamo qualcosa da mangiare.

Ecco, allo stesso modo, in un reattore chimico si mettono le sostanze di partenza (i “reagenti”), si controllano temperatura, pressione e tempo e si ottiene il prodotto finale.

La temperatura è un elemento fondamentale nelle reazioni chimiche, sbagliare quella può comportare, come in questo caso, problemi molto gravi.

Dicevamo poco fa, che per sopperire alle richieste dei clienti, era stato aggiunto un turno di produzione in più, durante il venerdì.

Ogni venerdì pomeriggio quindi, in vista della chiusura dello stabilimento per il fine settimana, il processo chimico veniva interrotto senza mantenere attivi i sistemi di agitazione e raffreddamento. Non solo, durante il ciclo di produzione occorreva aggiungere acido cloridrico, ma in occasione del fermo impianto l’acido non era stato utilizzato, contribuendo a rendere la miscela instabile.

Questa negligenza impedì il corretto controllo della reazione, causando un aumento incontrollato della temperatura, che salì fino a 250°C (mentre avrebbe dovuto arrivare a 170°C).

L’aumento della temperatura determinò la formazione massiccia di una sostanza estremamente pericolosa, il 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (amichevolmente chiamato diossina o TCDD), una delle sostanze chimiche più tossiche conosciute.

La pressione del reattore divenne presto eccessiva, il che provocò lo scarico del contenuto verso un sistema di sfogo, il disco di rottura, una valvola di sicurezza pensata per evitare esplosioni ma non per trattenere le sostanze pericolose.

Il boato causato dalla rottura della valvola permise al personale presente di intervenire subito. Dopo aver avvisato il capo produzione, un operatore attivò manualmente il sistema di raffreddamento, evitando conseguenze ancora più gravi.

L’intervento degli operatori impedì danni più gravi, ma si stima che una quantità di diossina tra i 13 e i 18 kg, sufficiente a causare il disastro, fu rilasciata nell’atmosfera e trasportata dal vento verso sud-est.

La nube tossica, visibile a occhio nudo, investì i comuni di Seveso, Cesano Maderno, Limbiate, Desio e Meda. Il comune più colpito fu proprio Seveso, che si trovava sul percorso della nube, a sud dello stabilimento.

Il sistema installato all’ICMESA, infatti, non prevedeva la captazione dei prodotti convogliati nel sistema di scarico, come già avveniva, ad esempio, in Germania.

Negli stabilimenti della Bayer, nello stesso periodo, in caso di apertura dei dischi di rottura, lo sfogo dei reattori veniva catturato e convogliato in un serbatoio.

Qui no. Qui i gas venivano dispersi direttamente in atmosfera.

Nei giorni successivi all’incidente, la popolazione iniziò ad accusare i primi problemi. Le persone percepivano un odore acre nell’aria, e in molti si rivolsero al pronto soccorso con irritazioni oculari, nausea e lesioni cutanee.

Circa 250 persone, in gran parte bambini, furono colpite da “cloracne” una malattia legata all’esposizione al cloro, che causa pustole e ustioni chimiche.

La vegetazione iniziò ad appassire e si registrarono decessi improvvisi di animali domestici e uccelli. Si stima che circa 80.000 capi di bestiame furono abbattuti dopo l’incidente.

Nessuno aveva idea di cosa stesse succedendo, perché l’incidente non venne reso noto.

Solo quattro giorni dopo, le analisi eseguite il nei laboratori Givaudan di Dübendorf in Svizzera, confermarono la presenza di TCDD, ma le autorità italiane non vennero subito informate.

Si dovette attendere ancora un giorno perché qualcuno si decidesse a parlare e il 15 luglio, su consiglio di un ufficiale sanitario, i sindaci di Seveso e Meda emisero le prime ordinanze precauzionali: veniva vietato il contatto con vegetali, terreno e animali, e raccomandata un’igiene personale rigorosa.

Poco dopo, si vietò anche l’assunzione di alimenti di origine animale provenienti dalla zona. Solo raccomandazioni, nessun ordine di evacuazione.

La notizia dell’accaduto apparve sui giornali soltanto una settimana più tardi.

Il 19 luglio, Givaudan ammise pubblicamente la presenza di diossina, e il 21 luglio il Laboratorio provinciale di igiene e profilassi di Milano confermò ufficialmente la contaminazione.

Sulla base delle concentrazioni di diossina rilevate nel suolo, l’area fu suddivisa in tre zone: la zona A (la più contaminata), la zona B con una contaminazione minore e la zona R (zona di rispetto), meno impattata ma su cui vigevano alcune restrizioni.

Il 24 luglio venne disposta l’evacuazione della zona A, da completare entro il 26. Complessivamente furono evacuati 676 abitanti di Seveso e 60 di Meda. Gli sfollati furono provvisoriamente ospitati in alberghi a Bruzzano e ad Assago, sempre in provincia di Milano.

La maggior parte delle persone poté rientrare tra ottobre e dicembre 1977, oltre un anno dopo, successivamente alle bonifiche.

41 famiglie non tornarono mai a casa: le loro abitazioni furono demolite e ricostruite negli anni seguenti.

Nel mentre, nelle zone B e R furono vietati la coltivazione e l’allevamento. L’intera zona A fu presidiata dalle forze dell’ordine per impedirne l’accesso.

Se nel breve termine, l’incidente provocò casi diffusi di cloracne oltre a problemi respiratori, irritazioni cutanee e oculari, nausea e malesseri generici, a lungo termine, studi epidemiologici successivi hanno evidenziato un aumento nei tassi di tumori, disturbi endocrini e problemi riproduttivi tra le popolazioni esposte.

Sì, perché la diossina, tra le altre cose, è cancerogena e causa gravi problemi al feto nel caso di donne in gravidanza. Si stima che oltre 37.000 persone siano entrate in contatto con l’area contaminata.

In seguito all’evacuazione, l’intera zona A venne sottoposta a radicale bonifica. Il terreno fu rimosso fino a una profondità di 80 cm e sostituito con materiale proveniente da aree non contaminate. Le macerie degli edifici demoliti, l’intero impianto ICMESA (compreso il reattore, che fu sigillato in un sarcofago di cemento), e perfino i macchinari usati per la demolizione, vennero smaltiti in modo controllato.

Inizialmente si valutò la costruzione di un inceneritore per smaltire le scorie, ma l’idea fu abbandonata a causa dell’opposizione dei comitati locali e delle incertezze tecniche sulla reale efficacia nel neutralizzare la diossina. Si optò quindi per la realizzazione di discariche controllate.

All’inizio degli anni ’80 furono costruite due grandi vasche di contenimento: una a Seveso (200.000 m³) e una a Meda (80.000 m³), costantemente monitorate ancora oggi.

E non è un’esagerazione: il TCDD è una sostanza molto persistente, e ancora oggi, a quasi 50 anni dall’incidente, i livelli misurati nel sottosuolo sono ancora alti.

Altre due discariche più piccole furono localizzate nelle località di Cesano Maderno e Bovisio Masciago.

Nel 1983, sul sito bonificato, sopra le due vasche principali, fu creato il Parco Naturale “Bosco delle Querce”, portando terreno sano da altre aree della Lombardia, che aprì al pubblico nel 1986.

Il parco era, ed è tutt’oggi, il simbolo della rinascita ambientale di quell’area.

4. Conseguenze Legali e Giudiziarie

Subito dopo il disastro del 10 luglio 1976, la Procura della Repubblica di Monza aprì un’indagine penale contro i responsabili dello stabilimento ICMESA. Intanto, la Regione Lombardia si muoveva per vie civili, chiedendo il risarcimento dei danni ambientali e sanitari causati dalla fuoriuscita di diossina.

Le indagini, supportate da chimici ed esperti ambientali, fecero emergere una gestione davvero poco attenta dell’impianto: misure di sicurezza carenti e nessuna comunicazione tempestiva alla popolazione. In pratica, chi doveva vigilare aveva chiuso più di un occhio.

Nel frattempo, cominciarono trattative lunghe e delicate tra la Regione, il Governo italiano e la proprietà dello stabilimento: la società Givaudan, controllata dal colosso svizzero La Roche.

Dopo oltre un anno di confronti, si arrivò a un accordo extragiudiziale, firmato il 25 marzo 1980, con la partecipazione del presidente di Givaudan e di alcuni funzionari statali e regionali.

L’intesa prevedeva un versamento di 103 miliardi e 634 milioni di lire — che oggi equivalgono a circa 320 milioni di euro. Ecco come venne distribuita quella somma:

  • 7,5 miliardi andarono allo Stato;
  • 40,5 miliardi alla Regione Lombardia, per coprire le spese già sostenute;
  • 47 miliardi furono destinati a nuovi interventi di bonifica;
  • 23 miliardi a progetti di ricerca scientifica.

Da tutto questo nacque anche la Fondazione Lombardia per l’Ambiente, alla quale Givaudan contribuì con mezzo miliardo di lire.

Ma attenzione: l’accordo escludeva qualsiasi responsabilità futura per danni non ancora noti, e soprattutto proteggeva Givaudan e La Roche da ulteriori conseguenze giudiziarie. In altre parole: niente processo penale per i vertici aziendali.

I risarcimenti per i cittadini danneggiati, invece, vennero gestiti direttamente dalla multinazionale, attraverso l’ufficio di Milano. In tre anni furono chiuse oltre 7.000 pratiche, con un esborso complessivo di circa 200 miliardi di lire.

Il processo penale partì solo nel 1983, sette anni dopo i fatti, e attirò l’attenzione dei media. Tra gli imputati: il direttore tecnico (svizzero), il direttore della produzione (italiano) e altri tre dirigenti. Le accuse? Disastro colposo e mancata comunicazione del pericolo.

In primo grado, alcuni vennero condannati fino a cinque anni, ma in appello tre su cinque furono assolti, e le condanne rimanenti ridotte a due anni e un anno e mezzo.

Va detto che, all’epoca, le conoscenze sugli effetti della diossina sull’essere umano erano molto limitate. Lo racconta bene il professor Paolo Mocarelli dell’Ospedale di Desio: le poche fonti disponibili in Italia arrivavano dagli Stati Uniti, in particolare dalla National Academy of Sciences, che conosceva meglio la sostanza — anche per via dell’uso, durante la guerra del Vietnam, di diserbanti contenenti diossina come l’Agente Arancione.

I dati indicavano che la TCDD poteva avere effetti tossici molto variabili tra le diverse specie animali, e che in certi casi causava danni allo sviluppo del feto.

In Italia, l’aborto era ancora vietato (con l’unica eccezione di gravi rischi per la salute della madre, stabilita dalla Corte costituzionale nel 1975). Eppure, il 7 agosto 1976, due ministri democristiani — Luciano Dal Falco (Sanità) e Francesco Paolo Bonifacio (Giustizia) — ottennero dal premier Giulio Andreotti il via libera per autorizzare l’aborto terapeutico alle donne esposte alla diossina che ne facessero richiesta.

Gli interventi vennero eseguiti all’Ospedale di Desio e alla clinica Mangiagalli di Milano. I tessuti fetali furono poi inviati a Lubecca, in Germania Ovest, per analisi approfondite.

Nel 1977 fu pubblicata la relazione ufficiale: non furono riscontrate malformazioni evidenti, ma gli esperti sottolinearono che non si potevano escludere del tutto conseguenze a lungo termine.

Dopo il disastro di Seveso, diventò chiaro che servivano regole molto più severe per gestire le sostanze chimiche pericolose. Così, nel 1982, l’Europa decise di intervenire: venne introdotta una direttiva, chiamata direttiva Seveso, proprio dal nome dell’incidente.

Questa direttiva serviva a identificare gli impianti industriali cosiddetti “a rischio di incidente rilevante” imponendo misure di sicurezza specifiche per evitare che incidenti simili potessero accadere di nuovo.

Negli anni la direttiva è stata aggiornata: a seguito di due incidenti in Francia e nei Paesi Bassi, nel 1996, con la Seveso bis, il focus si è spostato su un controllo più ampio, introducendo una classificazione della pericolosità delle sostanze, pur riducendo la lista di sostanze da monitorare.

E poi ancora nel 2012, con la direttiva Seveso ter, che ha tenuto conto dei nuovi criteri europei per classificare i prodotti chimici, favorendo una maggiore trasparenza in termini di informazione ai cittadini.

5. Testimonianze e Reazioni

Negli anni successivi all’incidente, numerose vittime e familiari delle vittime hanno raccontato le loro esperienze, mettendo in luce le conseguenze fisiche e psicologiche dell’esposizione alla diossina.

Le reazioni della comunità furono di sgomento e rabbia, con proteste e richieste di giustizia. I sindacati denunciarono la mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro, mentre l’opinione pubblica si mobilitò per una maggiore regolamentazione industriale. Ancora oggi, Seveso ricorda il disastro con memoriali ed eventi commemorativi, affinché questa tragedia non venga dimenticata.

Dopo l’incidente di Seveso, alcuni dipendenti dell’ICMESA hanno condiviso le loro esperienze riguardo all’accaduto. Un ex operaio ha raccontato:

“Io ero fra i lavoratori che si erano messi a disposizione per bonificare il settore B. Ci bardavamo con tute bianche, guanti e mascherine, si facevano turni di quattro ore. Raccoglievamo tutto, svuotavamo i reparti pezzo per pezzo, dovevamo portare via i fusti dei prodotti finiti e svuotare i serbatoi delle materie prime. Anche le macerie delle case che vennero fatte abbattere attorno all’azienda”. 

Per quanto riguarda i problemi di salute tra i lavoratori dell’ICMESA, le informazioni disponibili sono limitate. Le ricerche e le testimonianze si concentrano principalmente sugli effetti dell’esposizione alla diossina sulla popolazione residente nelle aree circostanti l’impianto. 

Sebbene non vi siano dati specifici sugli effetti sulla salute dei dipendenti dell’ICMESA, è plausibile che coloro che hanno partecipato alle operazioni di bonifica o che erano presenti durante l’incidente possano aver subito conseguenze sulla salute a lungo termine.

Relativamente al punto di vista della popolazione, non sono molte le testimonianze reperibili on line, nonostante le ricerche. Le uniche due voci recuperate sono quella di Maria, residente nella zona B e di Luca, che all’epoca dell’incidente erano bambini.

Racconteranno, anni dopo:

«Eravamo bambini e pensavamo fosse solo un incendio. Poi abbiamo visto morire i nostri animali domestici. Nessuno ci spiegava niente.

Avevamo paura anche a toccare l’erba. La mamma ci diceva di non aprire le finestre, ma nessuno ci aveva detto davvero cosa fosse successo.»

6. Conclusione

Quello di Seveso non è, tecnicamente, un classico incidente sul lavoro. I dipendenti dell’ICMESA, infatti, non subirono danni diretti mentre erano in fabbrica.

Ma è, senza dubbio, uno dei casi più emblematici di come la sicurezza — se trascurata — può trasformarsi in un disastro per tutti, anche fuori dai cancelli di un’azienda.

Se c’è una lezione da portare a casa da questa storia, è che la sicurezza non può essere vista come un ostacolo, una spesa da evitare o un fastidio burocratico.

È un investimento. Un valore. Un principio che deve guidare ogni scelta, in ogni contesto lavorativo.

Perché sì: spendere oggi per la sicurezza significa non dover pagare — domani — dieci, venti, cento volte tanto.

E questo vale per i grandi gruppi industriali, ma anche per le piccole aziende con pochi dipendenti.

A Seveso, la mancanza di protocolli chiari, la scarsa trasparenza e i ritardi nella comunicazione del pericolo hanno peggiorato enormemente la situazione.

Se chi doveva agire avesse preso sul serio le proprie responsabilità, tante persone non sarebbero mai state esposte alla diossina.

E, forse, oggi racconteremmo una storia diversa.

Le leggi ci sono. Ma non bastano. Gli incidenti continuano ad accadere.

Non c’è una verità unica o una formula perfetta da applicare.

Ma forse c’è una domanda che dovremmo continuare a porci, ogni volta: abbiamo davvero fatto tutto il possibile per prevenire?

“OMBRE SUL LAVORO: LEZIONI (IMPARATE E MANCATE) DAI GRANDI INCIDENTI” è un podcast di MAY S.r.l.s.

Lo script è di Andrea Addabbo e Gaia Bocola
Le voci sono di Andrea Addabbo e Cristina Gramegna
Le musiche del podcast sono disponibili su www.fesliyanstudios.com
Il titolo della sigla è “Wolves”, di The Austen.
Le fonti dei contenuti audio sono indicate nella sinossi
Troverete articoli, risorse e altro legato al mondo della sicurezza sul lavoro sul sito may-hse.com

FONTI

Nel luglio del 1976, le classifiche musicali italiane erano dominate da brani che sono diventati classici della musica leggera. Ecco alcune delle canzoni più ascoltate in quel periodo:

  1. “Non si può morire dentro” – Gianni Bella
  2. “Ramaya” – Afric Simone
  3. “Linda bella Linda” – Daniel Sentacruz Ensemble
  4. “Get Up And Boogie” – Silver Convention
  5. “Ancora tu” – Lucio Battisti
  6. “Could It Be Magic” – Donna Summer
  7. “Nuda” – Mina
  8. “La prima volta” – Andrea & Nicole
  9. “Europa (Earth’s Cry Heaven’s Smile)” – Santana
  10. “Fernando” – ABBA

Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_Seveso

Gruppo in rete: https://www.youtube.com/watch?v=_fl0mPoAXDs

CGIL Monza e Brianza: https://www.youtube.com/watch?v=2XQhg4jBal0

Rai Storia: https://www.youtube.com/watch?v=_1JuiRJEGgk

Documentario Legambiente: https://www.youtube.com/watch?v=6J4FfVdoRmA

Testimonianza dipendente ICMESA: https://www.youtube.com/watch?v=mXN89sOb07w

Geopop – Incidente di Seveso: https://www.youtube.com/watch?v=zAmEhiOrk6w

Suono radio sintonizzata: https://www.youtube.com/watch?v=b2qShK5lZOs

Fernando – ABBA: https://www.youtube.com/watch?v=dQsjAbZDx-4

Europa – Santana: https://www.youtube.com/watch?v=Ot6pSrKT1oc

Gianni Bella: https://www.youtube.com/watch?v=KllNazB2QKI

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