Il 4 Agosto 2020, nel porto di Beirut, è avvenuta la più grande esplosione non nucleare che sia mai stata registrata.
Un evento che ha scosso il Libano, che al momento era piegato – come il resto del mondo – dall’emergenza Covid.
In pochi secondi, una detonazione devastante ha distrutto interi quartieri e causato la morte di oltre 200 persone, ferendone almeno 7000.
Come accade in queste circostanze, e in generale in ogni incidente, l’evento non è stato una semplice fatalità, ma il risultato di una catena di negligenze e scelte sbagliate che, per anni, avevano messo in pericolo la vita dei cittadini di Beirut.
Oggi ripercorreremo le dinamiche di quell’esplosione e ne analizzeremo le cause provando a trarre delle lezioni utili per evitare che si possa ripetere in futuro una situazione così grave.
L’esplosione ha sollevato domande cruciali sulla gestione dei materiali pericolosi e sulla responsabilità delle autorità locali e internazionali. Come è possibile che 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio siano state immagazzinate per anni in condizioni di totale abbandono nel cuore della capitale? Chi avrebbe dovuto fare scelte differenti per evitare che avvenisse la tragedia?
Contesto Storico e Background
Per comprendere meglio gli eventi del 4 agosto 2020, è essenziale collocarli nel contesto storico e politico del Libano di quel periodo. Beirut, capitale e centro economico, culturale e religioso del Paese, è da sempre un nodo strategico per il commercio nel Medio Oriente.
Il porto di Beirut era ed è tuttora il principale punto di accesso marittimo per il Libano e costituisce un centro di vitale importanza per l’importazione delle merci.
La sua storia moderna inizia nel 1887, durante il periodo del dominio ottomano. Nel corso degli anni, il porto ha subito diverse trasformazioni per adattarsi alle esigenze commerciali e logistiche in evoluzione. La configurazione con quattro bacini, 16 banchine e 12 magazzini, insieme al silo per il grano che fungeva da riserva strategica per il paese, rappresentava lo stato del porto fino al momento dell’esplosione del 2020. Questa struttura è il risultato di ampliamenti e modernizzazioni avvenuti nel tempo, soprattutto durante il mandato francese e nei periodi successivi all’indipendenza del Libano.
Prima dell’esplosione, il porto di Beirut gestiva una parte significativa del commercio del Paese, con circa il 60% delle importazioni del Libano che transitavano attraverso le sue strutture. Questo lo rendeva un elemento cruciale per l’economia nazionale, facilitando l’ingresso di beni essenziali e sostenendo vari settori economici.
A partire dal 2019, il Libano ha affrontato una crisi economica senza precedenti. Il PIL nazionale è crollato da circa 55 miliardi di dollari nel 2018 a 20,5 miliardi nel 2021, evidenziando una contrazione economica drastica.
Questa crisi è stata esacerbata da una serie di fattori, tra cui: Instabilità Politica, Proteste Sociali e Crisi Bancaria.
In effetti, le proteste dei cittadini non erano infondate: la gestione delle infrastrutture in Libano è stata spesso caratterizzata da negligenza e mancanza di manutenzione adeguata. L’esplosione di cui parliamo oggi ne è un esempio emblematico. Segnato da divisioni settarie e conflitti regionali, il Libano aveva già vissuto una lunga guerra civile tra il 1975 e il 1990, che aveva lasciato il Paese profondamente diviso e indebolito. A questo si aggiunsero anni di scontri interni e tensioni con Paesi vicini, come Israele e la Siria, che influenzarono ulteriormente la stabilità politica ed economica della nazione.
Nonostante le grandi difficoltà, nel corso degli anni Beirut ha cercato di ricostruire la sua economia, soprattutto attraverso il suo porto, un centro logistico vitale per il commercio e le esportazioni.
Il porto di Beirut è uno dei più importanti del Mediterraneo orientale, capace di gestire un enorme flusso di merci da e verso l’intera regione. Tuttavia il porto, come molte altre istituzioni pubbliche libanesi, rifletteva le problematiche della cattiva gestione politica.
Possiamo inquadrare in questa situazione di incuria anche lo stoccaggio di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, un composto chimico estremamente pericoloso.
Che sostanza è? Il nitrato di ammonio è un sale di ammonio dell’acido nitrico, un composto chimico che si presta a diversi impieghi. Viene comunemente usato come fertilizzante, nella produzione del ghiaccio istantaneo e di alcuni esplosivi, tipicamente per uso civile/industriale (per le demolizioni e l’impiego nelle miniere).
Il fatto che sia utilizzato per la produzione degli esplosivi avrebbe dovuto far nascere qualche dubbio in più ai gestori del porto, specie se il piano era quello di stoccarlo in grandi quantità e in condizioni inappropriate.
Considerate che a causa del nitrato di ammonio si sono verificati negli ultimi 100 anni quattro disastri industriali, come l’esplosione del porto di Texas City nel 1947, la cui potenza era paragonabile ad una bomba atomica di piccole dimensioni.
E invece, nessun dubbio, nessuna precauzione, solo un tentativo di scaricare la responsabilità ad altre autorità. Ne parliamo meglio più avanti.
Nel caso di Beirut, il nitrato di ammonio era conservato in un magazzino fatiscente, senza le misure necessarie per isolarlo da possibili incendi o altri pericoli. Nonostante le segnalazioni, il materiale rimase lì per sette anni, in uno stato di crescente degrado, fino al tragico evento del 2020.
Ma come ci sono finite lì quasi 3.000 tonnellate di nitrato?
Sequestrato nel 2013 dalla nave MV Rhosus, abbandonata dall’equipaggio dopo essere stata messa sotto sequestro per non aver saldato le tasse portuali, il nitrato di ammonio venne scaricato e immagazzinato nel capannone numero 12 del porto di Beirut.
Nonostante numerosi avvertimenti e rapporti che segnalavano il pericolo di tenere una quantità così grande di materiale esplosivo in condizioni del genere, nessuna autorità prese provvedimenti concreti per smaltirlo o rimuoverlo. E si parlava di quasi 3.000 tonnellate, non di un paio di bancali. Per capirci, è circa il peso di sette Boeing 747.
Come dicevamo, gli anni precedenti all’esplosione furono segnati da una crisi economica gravissima. Disoccupazione crescente, svalutazione massiccia della valuta e un aumento vertiginoso della povertà affliggevano il Libano da tempo.
Il malcontento della popolazione culminò in proteste di massa nel 2019, note come la “rivoluzione d’ottobre”, contro l’élite politica ritenuta responsabile della crisi.
In questo contesto di malgoverno, la gestione del porto di Beirut era emblematica: privo di un sistema adeguato di supervisione e sicurezza, era diventato un terreno fertile per corruzione e negligenze. E mentre i cittadini libanesi affrontavano le difficoltà quotidiane di una crisi economica senza precedenti, moltiplicando le proteste contro il governo, un pericolo sottovalutato da tutti si annidava a due passi dal centro della capitale, nel deposito numero 12.
Narrazione dell’Incidente
Facciamo un passo indietro e torniamo a bordo della MV Rhosus. Ve la ricordate?
Il 23 settembre 2013, la nave da carico di proprietà russa salpò dal porto di Batumi in Georgia diretta a Beira in Mozambico, con un carico di 2.750 t di nitrato d’ammonio.
In ottobre, fu costretta a fermarsi al porto a Beirut per problemi tecnici.
A seguito di un’ispezione da parte dell’autorità portuali libanesi la nave, ritenuta non idonea alla navigazione, ricevette il divieto di rimettersi in mare. Dei nove marinai a bordo, cinque furono rimpatriati, lasciando quattro membri dell’equipaggio a prendersi cura della nave.
Il proprietario del Rhosus, un uomo d’affari russo, finì in bancarotta e dopo che i noleggiatori persero interesse per il carico, abbandonò la nave al suo destino.
L’equipaggio esaurì rapidamente le provviste e non fu in grado di sbarcare a causa delle restrizioni sull’immigrazione. Dopo un lungo contenzioso legale, gli avvocati ottennero il rimpatrio dell’equipaggio per motivi umanitari, a causa del pericolo rappresentato dal carico ancora a bordo della nave. Avevano passato a bordo circa un anno.
Per ordine del tribunale il carico fu sbarcato nel 2014 e collocato nell’Hangar 12 nel porto
In quei sette anni, alcuni funzionari doganali avevano inviato lettere ai giudici chiedendo una risoluzione sulla questione del carico confiscato, proponendo che il nitrato di ammonio venisse esportato, dato alle Forze armate libanesi o venduto alla Lebanese Explosives Company.
Sei lettere furono inviate complessivamente. Una delle lettere spedite nel 2016 indicava che i giudici non avevano risposto alle precedenti richieste.
Si legge, in una delle lettere:
«In considerazione del grave pericolo di mantenere queste merci nell’hangar in condizioni climatiche inadatte, riaffermiamo la nostra richiesta di richiedere all’agenzia marittima di riesportare immediatamente tali merci per preservare la sicurezza del porto e di coloro che vi lavorano, o di cercare di accettare di vendere questa merce»
Il 4 agosto 2020 era una giornata calda e afosa e la città era impegnata nelle attività quotidiane.
Poco dopo le 17:00, un incendio scoppiò nel capannone numero 9, che conteneva fuochi d’artificio e altri materiali infiammabili. O almeno, questa è una delle versioni più accreditate.
Le cause dell’incendio non sono del tutto chiare ancora oggi.
Alcuni sostennero che l’incendio potesse essere stato causato da lavori di saldatura, altri da un corto circuito.
In ogni caso, il fuoco si propagò velocemente.
A dispetto di quanto si possa pensare, il fuoco non ha necessità di toccare i materiali combustibili per propagarsi. È sufficiente che la temperatura nei dintorni del focolaio raggiunga la cosiddetta “temperatura di innesco” perché i materiali si incendino autonomamente, sviluppando calore e determinando un ulteriore incremento della temperatura, che innesca gli oggetti circostanti e così via, in una spirale senza controllo che porta al “flash over”, l’incendio generalizzato.
Verso le 17:45, le fiamme raggiunsero il vicino capannone numero 12, dove era stoccato il famigerato nitrato di ammonio. A questo punto, il destino di Beirut era segnato. Dopo una prima esplosione più piccola, alle 18:08, una seconda detonazione di una violenza inimmaginabile travolse i vigili del fuoco e le altre persone presenti.
L’esplosione fu così potente che venne avvertita a Cipro, a circa 240 chilometri di distanza.
Una nuvola a forma di fungo, simile a quella di un’esplosione nucleare, si alzò nel cielo sopra Beirut. L’onda d’urto devastò l’intera area portuale e i quartieri limitrofi, distruggendo edifici, veicoli e infrastrutture. Il suono dell’esplosione echeggiò in tutta la città, gettando gli abitanti nel panico.
Le finestre di migliaia di abitazioni andarono in frantumi, i palazzi crollarono e decine di migliaia di persone furono colpite dall’onda d’urto o dai detriti. In pochi minuti, Beirut si ritrovò in uno scenario apocalittico.
I soccorritori si precipitarono sul luogo dell’esplosione, ma quello che trovarono fu desolante.
Il bilancio della tragedia fu enorme. 218 persone persero la vita e più di 7.000 rimasero ferite, alcune in modo gravissimo.
Le immagini dell’esplosione fecero il giro del mondo, mostrando scene di distruzione totale: palazzi ridotti in macerie, auto rovesciate, strade ingombre di detriti e una popolazione disperata e impotente.
Oltre alle vittime l’esplosione lasciò circa 300.000 persone senza casa, distruggendo interi quartieri come Gemmayzeh e Mar Mikhael, aree storiche di Beirut rinomate per la loro vivace vita notturna e culturale.
Ospedali già sovraccarichi a causa della pandemia di COVID-19 furono danneggiati e tre vennero completamente distrutti, rendendo ancora più difficile il trattamento dei feriti.
Dove prima si trovava il porto c’erano solo macerie.
Il cratere creato dall’esplosione era largo centinaia di metri e profondo più di 40. Le strutture portuali, essenziali per le importazioni, furono devastate, e con esse svanirono le speranze di una rapida ripresa economica per il Libano.
La riserva di grano venne decimata, ne vennero distrutte ben 15.000 tonnellate, lasciando un paese già in crisi in condizioni disperate.
I danni totali furono stimati in oltre 10 miliardi di dollari.
Le immagini riprese da telefoni cellulari e telecamere di sicurezza mostrarono l’enorme potenza distruttiva dell’esplosione.
Per dare un’idea della potenza devastante di quell’esplosione: gli esperti stimarono che fosse equivalente a circa 1.100 tonnellate di TNT. L’onda d’urto viaggiò a una velocità supersonica, distruggendo tutto ciò che si trovava nel suo raggio di azione. Secondo l’US Geological Survey, l’esplosione fu così forte da generare un terremoto di magnitudo 3.3. Le finestre degli edifici si frantumarono a chilometri di distanza dal punto di detonazione.
Per avere un termine di paragone, l’esplosione di Beirut fu circa un quinto della potenza dell’esplosione atomica che distrusse Hiroshima nel 1945.
Gli effetti sull’ambiente urbano e sulla popolazione furono, come immaginabile, immediati e devastanti.
Conseguenze Legali e Giudiziarie
Dopo l’esplosione, il Paese si trovò a dover affrontare, oltre alla tragedia umana e materiale, anche un complesso intreccio di responsabilità politiche, legali e istituzionali.
Fin dalle prime ore successive all’esplosione, la popolazione libanese scese in piazza per chiedere risposte e giustizia. Da tempo i cittadini protestavano contro la corruzione endemica, la cattiva gestione pubblica e l’incapacità delle istituzioni di risolvere la crisi economica e sociale. L’esplosione fu vista come l’apice di questa mala gestione, la conferma che l’incompetenza e la negligenza delle autorità avevano ormai raggiunto livelli insostenibili.
Le indagini iniziarono immediatamente. Già nei giorni successivi, furono arrestate diverse figure di alto rango all’interno della gerarchia portuale e doganale libanese. Le autorità libanesi, sotto pressione crescente, cercarono di individuare rapidamente i responsabili diretti della cattiva gestione dei depositi di materiale pericoloso. Tuttavia, le indagini non si fermarono al porto.
Uno degli elementi più controversi fu la scoperta di numerosi rapporti e avvertimenti sulla pericolosità del materiale stoccato inviati negli anni alle autorità. Questi rapporti segnalavano chiaramente che il nitrato di ammonio rappresentava una minaccia imminente per la sicurezza pubblica, eppure, nessuna misura era stata adottata per rimuoverlo o smaltirlo in sicurezza. Ma chi avrebbe dovuto intervenire?
Fu qui che si evidenziò il complesso intreccio di responsabilità. Il sistema politico libanese è caratterizzato da un’architettura settaria, dove diverse fazioni politiche e religiose si spartiscono il potere. Questa struttura ha reso difficile individuare responsabilità chiare, poiché il porto di Beirut era sotto il controllo di vari attori, ciascuno legato a diverse fazioni e gruppi d’interesse.
Le autorità, tra cui il primo ministro libanese Hassan Diab, furono duramente criticate. Diab stesso, in un discorso alla nazione, denunciò il sistema corrotto che aveva portato a questa tragedia, ma poco dopo, il 10 agosto 2020, il governo si dimise in blocco a seguito delle proteste popolari. Le dimissioni del governo, però, non furono sufficienti a placare la rabbia dei cittadini, che continuavano a chiedere giustizia e una riforma radicale del sistema.
Parallelamente, venne aperta un’inchiesta internazionale sotto la supervisione di diversi organismi, tra cui l’Interpol, per identificare le responsabilità esterne e interne. Tuttavia, la complessità del caso, unita a un contesto di corruzione radicata e mancanza di trasparenza, rallentò notevolmente il processo. Alcuni sospettarono che le élite politiche stessero ostacolando l’inchiesta per proteggere sé stesse o i propri alleati.
Alla fine del 2020, circa 25 funzionari portuali e doganali erano stati arrestati, tra cui il direttore generale della dogana e il responsabile del porto. Entrambi furono accusati di negligenza criminale e omicidio colposo per aver ignorato gli avvertimenti sul nitrato di ammonio.
Il giudice responsabile dell’inchiesta dispose l’arresto di 38 persone in relazione all’esplosione, perlopiù lavoratori e funzionari portuali di livello inferiore e medio, oltre ad alti rappresentanti istituzionali e della sicurezza libanese.
Tredici vennero rilasciati nel periodo immediatamente successivo, mentre 25 tra cui il responsabile doganale e il capo dell’autorità portuale di Beirut, Hasan Kraytem, ad oggi restano detenuti in carcere.
L’inchiesta venne sospesa definitivamente il 12 ottobre 2021, dopo che Ali Hasan Khalil, ex ministro delle finanze, e Ghazi Zeaiter, deputato sciita, entrambi esponenti del movimento Amal, convocati per un interrogatorio, presentarono una denuncia contro il giudice titolare delle indagini, accusato di “pregiudizi politici” e di voler “politicizzare” l’inchiesta. Una manifestazione sciita contro il giudice davanti al palazzo di giustizia terminò con scontri che portarono alla morte di sei persone.
Testimonianze e Reazioni
Le testimonianze dei sopravvissuti, dei soccorritori e delle famiglie delle vittime rivelano la terribile ferita che l’esplosione ha lasciato nella vita di migliaia di persone.
Iniziamo dalla voce di Samir, un padre che ha perso sua figlia di tre anni.
Quel pomeriggio, lei giocava in casa, proprio di fronte alla finestra. Quando l’onda d’urto travolse il quartiere, i vetri esplosero all’interno dell’abitazione, uccidendola all’istante. Samir racconterà:
“In un istante, la mia vita è cambiata per sempre. Non c’è stato tempo per capire cosa stesse accadendo. Il boato, la luce accecante, e poi il silenzio… Un silenzio che è diventato parte della mia vita.”
Ospedali e cliniche in tutta Beirut si trasformarono rapidamente in campi di battaglia. Il dottor Fadi, medico in uno degli ospedali centrali, descrisse la notte dell’esplosione come “una delle peggiori esperienze della sua vita”. L’ospedale dove lavorava aveva subito gravi danni e si trovava a dover curare migliaia di feriti con risorse già limitate a causa della pandemia di COVID-19. In un’intervista ha dichiarato:
“Non eravamo preparati a questo, i feriti continuavano ad arrivare in condizioni disperate. Le nostre sale operatorie erano piene di vetri rotti e polvere, ma non potevamo fermarci. Dovevamo fare tutto il possibile.”
I soccorritori affrontarono scene da apocalisse nel tentativo di salvare vite tra le macerie. Una soccorritrice volontaria raccontò che, nelle ore successive all’esplosione, molte persone vagavano per le strade in stato di shock, cercando disperatamente i propri cari:
“Non dimenticherò mai gli occhi di quella madre che cercava suo figlio tra le macerie”. “Eravamo tutti in cerca di speranza in mezzo alla devastazione.”
Le reazioni internazionali non si fecero attendere. Mentre le immagini dell’esplosione facevano rapidamente il giro del mondo, numerosi Paesi si offrirono di inviare aiuti umanitari e squadre di soccorso. La Francia, legata storicamente al Libano, fu tra le prime a rispondere, inviando aiuti e risorse per la ricostruzione. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e molti altri Paesi si unirono agli sforzi di assistenza.
Le testimonianze, le reazioni internazionali e le proteste seguite all’esplosione del porto di Beirut pare non abbiano sortito l’effetto sperato: un mese dopo l’esplosione, il 10 settembre, scoppiò un nuovo incendio nella zona del porto.
L’incendio fu causato da delle scintille di una saldatrice utilizzata da un tecnico che stava riparando i danni della precedente esplosione.
Il fuoco interessò un magazzino che conteneva barili di petrolio e pneumatici. Sembrerebbe una barzelletta, se non fosse una situazione drammatica.
Conclusione e Riflessioni Finali
Le oltre 200 vite spezzate e le migliaia di feriti non sono stati il frutto di una fatalità, ma il risultato di anni di negligenza.
Gli avvertimenti c’erano, le occasioni per intervenire non mancarono, ma l’inazione delle autorità libanesi ha avuto conseguenze catastrofiche.
L’esplosione del porto di Beirut è anche una lezione che ci invita a riflettere sulla gestione delle risorse pericolose.
C’è un gioco che faccio, quando parlo delle sostanze chimiche pericolose durante i miei corsi: mostro i pittogrammi di pericolo (quelli che si trovano sulle etichette) e chiedo di dirmi cosa significano. Statisticamente, la maggior parte delle persone che maneggiano con una certa regolarità sostanze comburenti o cancerogene, non sanno riconoscere il pittogramma. E non sanno consultare correttamente una scheda di rischio.
Ho iniziato a fare questo quiz dopo aver osservato comportamenti diciamo “particolari” in un’azienda con cui ho collaborato: residui di sostanze estremamente reattive all’umidità lavate con acqua (non abbastanza acqua da diluirle, ma in quantitativo sufficiente da innescarle), sostanze cancerogene svuotate negli impianti senza attivare le aspirazioni o proteggere le vie respiratorie, o tenendo il sacco con una mano, perché l’altra era impegnata a tenere un panino. Il tutto in mezzo ad un polverone malsano.
Avevo a che fare con persone con esperienza almeno decennale; quindi, un paio di idee sulla pericolosità di quello che maneggiavano me l’aspettavo. E nonostante tutto i pericoli erano regolarmente sottostimati.
Possiamo imparare qualche cosa dal disastro di Beirut? Direi di sì.
La prevenzione spesso costa meno del disastro: quanto sarebbe costato smaltire correttamente quel carico rispetto ai danni (in termini di vite, economia e infrastrutture) che l’esplosione ha provocato?
La manutenzione preventiva, il rispetto delle norme e la gestione del rischio sono percepiti come costi invece che come investimenti per il futuro.
Un altro punto fondamentale è che la sicurezza non è solo una questione tecnica, ma anche culturale.
Chi ha la responsabilità della sicurezza di un’azienda può imparare che il problema non risiede nel non avere chiari tutti i pericoli. Per questo ci sono esperti che possono essere consultati. Il problema casomai è ignorarli.
Chi ha la responsabilità di utilizzare sostanze chimiche pericolose può imparare che il problema non sta nelle sostanze chimiche, ma nella sottostima dei pericoli legati a queste sostanze.
Pensare “cosa vuoi che succeda?” è il peggior errore che si possa commettere, così come dare per scontato che la situazione sia perennemente sotto controllo senza fare nulla per tenerla realmente sotto controllo.
A Beirut, il nitrato di ammonio è rimasto nel porto per sette anni: a un certo punto, il problema è diventato invisibile agli occhi di chi avrebbe dovuto gestirlo. Invisibile, fino a che non è letteralmente esploso.
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