L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone Bois du Cazier, un incendio provocò la morte di 262 lavoratori, 136 dei quali erano emigrati italiani.
Un incidente cui seguirono serie riflessioni sul costo del progresso industriale, sui sacrifici dei lavoratori migranti e sulle misure di sicurezza, spesso inadeguate, nelle miniere di quell’epoca.
La cosa incredibile è che questa storia, vecchia quasi di 70 anni, sembra purtroppo molto attuale. Chissà se anche voi, ascoltando, avrete gli stessi miei dejà vu.
Esploreremo le circostanze che portarono a questo disastro, spezzando le vite dei lavoratori coinvolti e cambiando la storia delle condizioni di lavoro nelle miniere.
Contesto Storico e Background
Nel 1946, in tutta Europa i Paesi ricominciavano a ricostruire le proprie economie dopo la devastazione della Seconda Guerra Mondiale.
Tra questi vi erano, ovviamente, anche Italia e Belgio.
Nonostante il settore industriale belga fosse stato scarsamente colpito dagli effetti distruttivi della guerra, soffriva di una cronica mancanza di manodopera.
Considerando la forte dipendenza dall’industria carbonifera per alimentare la crescita industriale e il riscaldamento domestico, il governo si trovava a fronteggiare un problema non da poco.
I belgi infatti non erano più disposti a fare lavori pericolosi e logoranti e iniziò così la ricerca di manovalanza all’estero, per impiegare personale nelle miniere della Vallonia.
Insomma: gli abitanti di un posto si rifiutano di fare lavori considerati troppo umili e i migranti coprono questa necessità di manodopera, lavorando con paghe basse e rischi molto alti. Chissà dove l’ho già sentita questa storia.
Comunque, grazie a questa reciproca necessità venne firmato un accordo bilaterale, il protocollo italo-belga.
Questo accordo prevedeva che l’Italia inviasse 50.000 lavoratori da impiegare nelle miniere belghe, in cambio di forniture di carbone a prezzi agevolati.
Una delle tante forme di cooperazione postbellica, mirata a rafforzare le economie europee attraverso il lavoro migrante. In Italia mancavano i fondi e il carbone stesso e questo “scambio”, insieme ad altre misure, permise di porre le basi per il grande boom economico degli anni ’50.
Molti lavoratori italiani, attratti dalla promessa di salari superiori rispetto a quelli che potevano guadagnare in patria, si trasferirono in Belgio.
Tra il 1946 e il 1956, migliaia di italiani si stabilirono nelle regioni minerarie belghe, sperando in una vita migliore per sé e le loro famiglie. La realtà che trovarono, tuttavia, era molto diversa.
Il primo ostacolo era legato all’ostilità della popolazione, che vedeva i migranti italiani come ladri che andavano da loro a rubare il lavoro ai belgi, nonostante i belgi quel lavoro non volessero più farlo (vi ricorda niente?).
C’erano poi le miniere, vecchie e spesso poco o per niente sicure, che rappresentavano un ambiente di lavoro estremamente pericoloso.
I minatori ricevevano poca formazione in generale, figuriamoci in materia di sicurezza.
Oltretutto e lavoravano in condizioni difficili: umidità, temperature elevate e scarsissima ventilazione erano le principali insidie con cui avevano a che fare, a cui si aggiungeva il rischio costante di frane, esplosioni di gas, incendi e asfissia, a causa della presenza di monossido di carbonio.
Piccola nota riguardo all’uso dei canarini nelle miniere.
I canarini storicamente vennero impiegati perché molto più sensibili alla presenza di sostanze tossiche, a causa dei loro piccoli polmoni: se il canarino perdeva conoscenza, di lì a poco il problema sarebbe toccato alle persone, per cui era il caso di andarsene.
Vi lascio in descrizione il link di una puntata di “Cose Molto Umane”, dell’ottimo Giampiero Kesten, che spiega qualche dettaglio in più.
Torniamo alla nostra storia.
La miniera di Bois du Cazier, situata a Marcinelle, una cittadina nei pressi di Charleroi, qualche decina di km a sud di Bruxelles era una delle più produttive, ma anche una delle più obsolete.
Il sito era costituito da 3 pozzi:
- il “pozzo I”, operativo dal 1830. Testimonianze dell’epoca riportano che sebbene non fosse completamente privo delle misure di sicurezza minime indispensabili, la sua manutenzione era ridotta al minimo. Funzionava, tra le altre cose, come canale d’ingresso dell’aria;
- il “pozzo II” che fungeva da canale per l’uscita dell’aria;
- il “pozzo III”, in costruzione, collegato agli altri due tramite gallerie che al tempo erano state chiuse e non era operativo.
Ogni pozzo era dotato di due ascensori azionati da motori esterni, con cavi sostenuti da grandi ruote chiamate “molette”, installate su enormi tralicci di acciaio.
Le strutture interne erano prevalentemente in legno, sia perché facilmente reperibile, sia per ridurre l’usura dei cavi causata dalle oscillazioni delle cabine a grande profondità.
Considerate che il personale scendeva a 1.000 m sotto al livello del suolo.
La ventilazione era garantita da ventilatori esterni che aspiravano l’aria viziata attraverso il “pozzo II”, permettendo il ricambio necessario alla sopravvivenza delle persone all’interno della miniera.
Ed è qui che i minatori protagonisti di questa storia si trovavano a lavorare. La manutenzione era scarsa, gli impianti elettrici e i sistemi di ventilazione non venivano aggiornati da tempo. Molti dei lavoratori, compresi gli immigrati italiani, erano impiegati in condizioni vicine allo sfruttamento, con orari lunghi e faticosi.
Le case dove vivevano i minatori erano spesso situate vicino alle miniere stesse, e le condizioni di vita erano altrettanto difficili. I migranti, provenienti da Italia, Russia, Polonia e da altri paesi europei, vennero alloggiati in pensioni o nelle vecchie baracche dei campi di concentramento tedeschi, costruite al tempo della guerra.
Quando, dopo il ’48, vennero stipulati altri trattati e i migranti poterono trasferirsi con le proprie famiglie al seguito, la situazione non cambiò in maniera così sostanziale: spesso le famiglie si trovavano ad abitare in case senza acqua corrente.
Gli italiani in particolare, alleati dei nazisti durante la guerra, subirono per anni discriminazioni da parte dei responsabili aziendali e della popolazione locale.
Nonostante queste difficoltà, molti italiani accettavano tali condizioni per inviare denaro alle famiglie rimaste in Italia, o per garantire un futuro migliore alle famiglie che li avevano accompagnati lì.
In questo scenario, si consumò la tragediail disastro dell’8 agosto 1956.
La miniera di Bois du Cazier, come molte altre in quel periodo, non disponeva di adeguati sistemi di prevenzione degli incendi, le procedure e le decisioni prese per far fronte all’emergenza si rivelarono inefficienti e contribuirono ad aggravare l’esito dell’incidente, che avrebbe segnato per sempre il settore minerario europeo.
Narrazione dell’Incidente
Era una mattina come tante altre, alla miniera Bois du Cazier, a Marcinelle.
Le prime ore del turno mattutino erano iniziate normalmente per i 274 minatori che lavoravano nei cunicoli sotterranei.
Fu solo dopo un paio d’ore dall’inizio del primo turno che qualcuno, attorno alle 8:10, notò una colonna di fumo denso e scuro fuoriuscire dalla torre del Pozzo I.
Cosa stava succedendo?
La catena di eventi che provocò l’incidente ebbe origine da una procedura imprecisa e, pare da un errore di comunicazione, che determinò una manovra errata.
Un errore che innescò quello che sarebbe diventato uno dei peggiori disastri minerari nella storia europea.
Moltissimi sono gli incidenti che si potrebbero evitare comunicando correttamente, tanto che anche nella nostra normativa si sottolinea quanto sia importante che le istruzioni, specie quelle legate alla sicurezza, siano comprese da chiunque.
E nonostante tutto, mi capitano quasi quotidianamente situazioni che dimostrano il contrario.
Che la comunicazione errata fosse o meno alla base di questo incidente, è evidente la sua importanza, specie in settori di lavoro a rischio elevato.
Mi è capitato pochi anni fa di seguire, come perito, un infortunio in un impianto industriale nel quale un manutentore rimase intrappolato con il braccio all’interno di un macchinario, perché il collega che lo accompagnava aveva avviato il ciclo di lavoro convinto di aver ricevuto l’ok a partire. Ok che, va da sé, non era mai stato dato.
Dicevamo, quindi, che tutto cominciò con una manovra sbagliata. Per portare il materiale in superficie, le squadre di minatori dislocate sui diversi livelli, dovevano comunicare con le squadre di superficie, che – azionando gli ascensori – portavano fuori dalla miniera grossi carrelli pieni di carbone.
La miniera possiamo immaginarla come un enorme condominio sotterraneo, diviso in piani in corrispondenza dei quali si diramano lunghe gallerie buie in cui decine di persone lavorano illuminate dalla luce di propri elmetti e dei riflettori: piano 715 m, 765 m, piano 975 m, piano 1035 m.
Ad ogni piano i minatori preparavano il materiale da inviare in superficie e contattavano telefonicamente i colleghi al piano 0 m per richiedere l’ascensore.
Alle ore 8:00, per velocizzare il trasporto del materiale dal piano 765 m, venne richiesto di far partire l’ascensore dal piano 975 m vuoto, mentre l’addetto alle manovre di quel livello, un minatore italiano di nome Antonio, era assente per cercare altri vagoni pieni da caricare.
Alle 8:07 circa, Antonio tornò alla sua postazione e comunicò telefonicamente con il collega belga in superficie, ottenendo o credendo di ottenere l’autorizzazione a caricare i carrelli di carbone. Qui iniziarono i problemi. Il minatore italiano pare parlasse molto male il francese e secondo alcune versioni ritenne di avere l’autorizzazione quando questa non venne mai concessa.
Questa almeno è una delle versioni. Secondo altri testimoni, le comunicazioni erano di tipo non verbale, per mezzo di una campanella. Ad oggi non è chiaro se le carenze comunicative fossero realmente alla base dell’evento.
A causa di un inceppamento nel sistema di bloccaggio delle ruote, Antonio si trovò in una situazione spiacevole, ma non pericolosa in condizioni operative normali. Due carrelli si trovavano a sporgere dall’ascensore, uno di 40 cm e uno di 80 cm circa.
Purtroppo però in superficie, l’addetto alla risalita richiamò gli ascensori, ignaro del problema.
Durante la ripartenza, i carrelli sporgenti colpirono una putrella di sostegno della galleria, che staccandosi andò a travolgere, tranciandoli, i cavi elettrici alimentati a 500 V, i cavi telefonici e danneggiò una tubatura di olio ad alta pressione e le condotte dell’aria compressa. Questo mix alimentò rapidamente un incendio che in pochi secondi si sviluppò lungo i condotti della miniera.
Le fiamme si propagarono dal piano 965 fino al piano 715, provocando un’enorme quantità di fumo denso che si riversò nei tunnel, soffocando i minatori intrappolati a centinaia di metri di profondità.
Il fumo e il monossido di carbonio si diffusero velocemente nei cunicoli, rendendo impossibile la fuga per chiunque si trovasse ai livelli più bassi. La mancanza di un adeguato sistema di ventilazione e la conformazione stessa della miniera aggravarono ulteriormente la situazione. Come detto infatti, la stragrande maggioranza delle armature delle gallerie, così come le porte tagliafuoco erano in legno. Il Pozzo III, concepito con caratteristiche moderne, sarà disponibile solo nel 1958.
Qui invece i sistemi di sicurezza e le strutture, pur minimamente ammodernate, erano risalenti alla prima metà dell’800.
Le gallerie si riempirono rapidamente di fumo, e i minatori intrappolati si trovarono senza vie d’uscita. Molti tentarono disperatamente di risalire i pozzi principali, ma furono fermati dalla fitta nube di fumo nero.
Vennero condotti inizialmente dei tentativi di accesso ai pozzi da parte delle squadre di superficie, senza successo. Il personale inizialmente non era neanche dotato di dispositivi di sicurezza per accedere ai pozzi da cui si levava il fumo acre dell’olio e del carbone in fiamme.
Ricordiamoci che siamo in una miniera piena di combustibile. Un incendio è forse l’incidente peggiore che potesse accadere.
Le prime squadre di soccorso arrivarono sul posto con un certo ritardo, allertate dal responsabile dello stabilimento circa 40 minuti dopo la diramazione dell’allarme da parte del personale.
Le operazioni di salvataggio si rivelarono ben presto estremamente complicate. I pozzi erano pieni di fumo e i soccorritori lottavano contro il tempo per cercare di accedere ai livelli più profondi.
Attorno alle 9:30 i cavi dell’ascensore vennero irrimediabilmente danneggiati dalle fiamme, impedendo qualsiasi accesso sicuro e rendendo inutilizzabile anche il pozzo di estrazione.
Due membri delle squadre di soccorso, senza equipaggiamento, cercarono quindi di addentrarsi nella miniera attraverso un tunnel laterale, comunicante col pozzo in costruzione al livello 765 m, senza successo.
Questo tentativo fu possibile a seguito dell’arresto della ventilazione, per consentire di diradare il vapore che si sollevava e impediva di vedere, generato dall’immissione di acqua nei pozzi per tentare di combattere le fiamme.
Un varco sufficiente al passaggio venne creato molte ore dopo e permise solo di scoprire i primi cadaveri, quello di un cavallo dietro al quale si intravedevano i corpi di due persone.
Si dovette attendere ancora mezz’ora prima che il responsabile dell’impianto desse indicazione di separare i cavi superstiti dell’ascensore installato nel pozzo I, consentendo così di utilizzare un’unica cabina per scendere nella miniera.
Questo lavoro venne concluso solo per le ore 12:00, quasi 4 ore dopo l’inizio dell’incendio.
Alle 15:00, dopo aver ripristinato la ventilazione, le squadre di soccorso riuscirono a raggiungere 6 superstiti. Insieme ad altri 7 feriti, furono gli unici a salvarsi dal rogo della miniera.
Le operazioni di recupero andarono avanti per due settimane, con gli operatori che si alternavano in turni da 3 ore: 3 ore in miniera a recuperare i corpi dei colleghi e degli amici intrappolati e 3 ore di riposo. 24 ore su 24.
Il 22 agosto, alle 3 di notte, dopo la risalita, uno dei tanti membri italiani delle squadre di soccorso uscendo disse: «tutti cadaveri».
Il giorno successivo, a livello 1035, venne trovato un messaggio su una trave di legno. Era di Gonet, il caposquadra di quel piano. Il messaggio recitava: “Siamo in 50. Ci dirigiamo verso la 26 po. Gonet”. La 26 po era una delle vene da cui stavano estraendo il carbone a quel piano e il messaggio diede un po’ di speranza dopo giorni trascorsi a raccogliere cadaveri.
I soccorritori si diressero verso la porta di accesso alla vena e aprendola trovarono i 50 minatori, stesi sul pavimento.
262 vittime, la maggior parte dei quali lavoratori immigrati.
Tra i morti, c’erano 136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, 1 inglese, 1 olandese, 1 russo e 1 ucraino.
Il disastro di Marcinelle fu un’enorme tragedia per il Belgio, tanto che re Baldovino si recò di persona sul luogo per seguire i soccorsi.
E toccò profondamente anche l’Italia.
Le immagini delle famiglie italiane che attendevano notizie dei loro cari fecero il giro del mondo.
Solo in quel momento, divenne evidente quanto fosse alto il prezzo pagato dai lavoratori immigrati che, con poche garanzie, rischiavano la vita in contesti così pericolosi e inadeguati.
Sarebbe bello illudersi che queste situazioni siano legate a qualche cosa lontana nel tempo e nello spazio. E invece purtroppo capitano anche oggi, anche qui. Anche adesso.
Conseguenze Legali e Giudiziarie
Lo stesso 8 agosto, le autorità belghe avviarono un’inchiesta per chiarire le responsabilità e identificare le cause che avevano portato alla morte di 262 minatori.
Contemporaneamente, il ministero del tesoro e la confederazione dei produttori di carbone iniziarono le proprie indagini alle quali parteciparono anche due tecnici italiani.
Seppure, negli intenti iniziali, le indagini avrebbero dovuto fare luce sulle responsabilità, nessuna delle commissioni operò in piena trasparenza.
Il processo, condotto dal magistrato Casteleyn, portò con sé una serie di lacune che furono per lungo tempo motivo di discussione. Non venne sentito il medico legale che si occupò delle autopsie, le registrazioni del Rockel, una specie di scatola nera del tempo, che mostravano la posizione degli ascensori nel pozzo I vennero completamente ignorati e il dibattito divenne un botta e risposta di relazioni tecniche spesso incomprensibili agli organi giudiziari.
L’inchiesta avviata dal ministero dell’economia si scoprì essere viziata dall’approccio dei tecnici che ne facevano parte, più concentrati a far valere le ragioni della parte rappresentata che non a indagare sui reali motivi della tragedia.
Per quanto riguarda le indagini della confederazione dei produttori di carbone, ad oggi non è noto il suo esito.
Le famiglie delle vittime, soprattutto quelle italiane, seguirono con attenzione l’evolversi del processo. La loro speranza era che la giustizia individuasse i colpevoli e li punisse adeguatamente. Tuttavia, l’esito del processo fu ampiamente criticato.
Delle 5 persone a processo, l’unica sentenza emessa fu indirizzata al direttore di stabilimento, che venne condannato a 6 mesi di reclusione con la condizionale e al pagamento di un’ammenda di 2.000 franchi, una pena considerata da molti come inadeguata rispetto alla portata della tragedia.
Gli altri imputati vennero assolti.
Le famiglie e i sindacati manifestarono il loro dissenso, affermando che il sistema giudiziario belga non aveva fatto abbastanza per punire i responsabili.
In Italia, la notizia delle sentenze suscitò un’ondata di indignazione. Il disastro di Marcinelle divenne un simbolo delle difficili condizioni affrontate dai lavoratori migranti italiani. Molti vedevano in questo episodio una dimostrazione del disinteresse nei confronti della manodopera straniera, considerata sacrificabile per l’industria del carbone. Manifestazioni e proteste si tennero in diverse città italiane, con richieste di maggiore protezione per i lavoratori italiani all’estero.
Le pressioni portarono a una revisione delle normative minerarie. Il governo belga, sotto il peso dell’opinione pubblica e della critica internazionale, fu costretto a introdurre nuove leggi in materia di sicurezza nelle miniere.
Queste riforme imposero l’adozione di impianti di ventilazione più moderni, sistemi di allarme efficaci e percorsi di evacuazione chiaramente segnalati. Inoltre, venne introdotta una regolamentazione più stringente per la formazione dei lavoratori, affinché fossero in grado di rispondere adeguatamente in caso di emergenze.
L’incidente di Marcinelle aprì anche un dibattito sulla condizione dei lavoratori migranti, con una crescente consapevolezza delle discriminazioni subite dagli italiani in Belgio.
Negli anni successivi, Italia e Belgio iniziarono a negoziare per migliorare le condizioni di vita e lavoro degli immigrati italiani, portando a una serie di accordi volti a tutelare maggiormente i diritti dei lavoratori.
Ma il percorso era ancora lungo. Considerate che, anche prima dell’incidente, ogni anno circa 3.000 lavoratori morivano ogni anno a causa della silicosi, una malattia polmonare piuttosto diffusa tra i minatori dell’epoca.
L’Italia riconobbe la silicosi come malattia professionale nel 1962, il Belgio solo nel 1964.
Ad ogni modo, da qualche parte bisognava pur iniziare e il dialogo successivo seguito all’evento di Marcinelle influenzò le successive normative europee relative alla salute e ai diritti dei lavoratori.
Testimonianze e Reazioni
Ciò che accadde a Marcinelle lasciò cicatrici profonde nelle vite dei minatori sopravvissuti e in quelle delle famiglie che attendevano fuori dalla miniera, sperando di rivedere i propri cari vivi.
Tra i pochi sopravvissuti c’era Giovanni Pinna, un minatore italiano che riuscì a fuggire dai cunicoli prima che il fumo letale si diffondesse completamente. Pinna raccontò quei momenti terribili in numerose interviste:
“L’odore di bruciato era insopportabile, il fumo era denso e non si riusciva a respirare. Mi trovavo nei tunnel e non capivo bene cosa stesse succedendo. Quando ho realizzato il pericolo, ho cercato disperatamente una via di fuga.”
Tra le voci dei familiari c’era quella di Maria, moglie di uno dei minatori italiani, che descrisse l’angoscia di quei giorni:
“Quando ci hanno detto che c’era stato un incendio, non ci rendevamo conto della gravità della situazione. Ogni volta che vedevamo un corpo portato in superficie, ci precipitavamo, terrorizzati all’idea di riconoscere nostro marito o nostro figlio. Dopo alcuni giorni di attesa, capii che non sarebbe mai tornato.”
In Italia, il governo e l’opinione pubblica si trovarono di fronte alla cruda realtà delle condizioni in cui i lavoratori italiani operavano all’estero.
Le famiglie delle vittime, sostenute dai sindacati, denunciarono l’accordo di emigrazione Italia-Belgio, che aveva permesso la partenza di migliaia di uomini più o meno giovani verso luoghi in cui le condizioni di lavoro erano disumane.
Il Presidente della Repubblica Italiana inviò messaggi di cordoglio alle famiglie, ma questo non bastò a placare la rabbia diffusa. Le manifestazioni si moltiplicarono, con richieste di maggiore protezione per gli emigranti.
Anche in Belgio, l’incidente suscitò forti reazioni. La stampa denunciò la mancanza di adeguati standard di sicurezza nelle miniere e la negligenza delle autorità. Il Primo Ministro belga dell’epoca, Van Acker, visitò il sito della tragedia e promise immediati cambiamenti nella regolamentazione delle miniere. Tra questi, l’introduzione di norme più rigide per la ventilazione e la formazione obbligatoria per i lavoratori.
L’impatto dell’incidente di Marcinelle non si limitò alle riforme immediate. La tragedia divenne un simbolo della lotta dei lavoratori migranti per ottenere condizioni di lavoro più dignitose. Ogni anno, l’8 agosto, la città di Marcinelle e diverse località italiane commemorano le vittime con cerimonie ufficiali.
Conclusione e Riflessioni Finali
Il disastro di Marcinelle ci lascia con una lezione amara: il progresso industriale ha un costo, ma che non dovrebbe mai essere la vita dei lavoratori, ma purtroppo è quello che spesso accade.
Gli eventi dell’8 agosto 1956 ricordano quanto sia fondamentale garantire condizioni di lavoro sicure in ogni settore. I minatori di Marcinelle cercavano un futuro migliore e finirono per pagare con le loro vite il prezzo di condizioni di sicurezza inadeguate, in ambienti di lavoro vecchi e fatiscenti.
Mi tornano in mente due sopralluoghi fatti negli ultimi 5 anni, in una fonderia e in un’azienda tessile: due aziende che sembravano uscite direttamente da un romanzo di Dickens.
Nella prima i pavimenti erano ancora in terra battuta e gli estintori erano vecchi dispositivi ad acqua con l’anno di produzione in bella vista: 1955. Scarichi ovviamente e mai sostituiti con qualche cosa di più moderno. Cosa mai potrebbe andare storto, in effetti? Se non l’avete fatto, vi invito ad ascoltare l’episodio sulla Thyssen, che parla proprio di un incendio.
Nella seconda, dalle coperture in eternit era possibile ammirare il cielo, visto che ampi tratti del soffitto erano caduti nel corso degli anni. Ma almeno avevano gli estintori.
Feci qualche segnalazione circa le necessità di adeguamento, i responsabili fecero spallucce e poi persi i contatti. Ad oggi una delle due ha chiuso i battenti, l’altra non so.
Mi trovavo in Italia negli anni 2000, molto molto lontano dal futuro ipotizzato da Kubrick in “2001 Odissea nello spazio”. Per fortuna non sono molte, almeno nella mia personalissima esperienza, le aziende così, ma ci sono, anche se non dovrebbero.
La miniera Bois du Cazier, oggi museo e luogo di memoria, serve come testimonianza di un passato in cui la protezione dei lavoratori era spesso trascurata.
E deve essere un promemoria per i lavoratori e le lavoratrici di oggi, che hanno a disposizione molte più risorse di quelle presenti 70 anni fa, ma che troppo spesso sottovalutano o non considerano proprio, anche se le aziende in cui lavorano gliele mettono a disposizione.
Le condizioni di lavoro sono certamente migliorate nel tempo, ma tanto ancora resta da fare per garantire che i rischi, a maggior ragione quando sono facilmente evitabili, non diventino un problema per chi tutti i giorni esce di casa per andare al lavoro.
È una responsabilità collettiva, di governi, aziende e società, fare in modo che tragedie come questa non si ripetano.
Marcinelle, simbolo di sacrificio, ci lascia un messaggio piuttosto evidente: il progresso non deve mai mettere in secondo piano la sicurezza e la dignità di chi lavora.
È nostro dovere imparare da eventi come questo e fare scelte consapevoli per costruire un futuro più giusto e sicuro per tutti – TUTTI – i lavoratori e le lavoratrici.
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