400 ore. Immagina di doverle contare. Sono tante, 400 ore. Quante cose si possono fare? Moltissime.
Resistere. Essere forte. Perdere le speranze.
Ed essere salvata.
Questo è quello che ha sperimentato Reshma Begum, una ragazza di 19 anni miracolosamente estratta viva a seguito del crollo del Rana Plaza, un edificio commerciale a Dhaka in Bangladesh.
Il palazzo è crollato il 24 aprile del 2013. Reshma è stata salvata il 10 maggio.
17 giorni. 400 ore dopo.
In questo episodio parleremo del più grave incidente nella storia dell’industria moderna, un evento che ha messo in luce le terribili condizioni di lavoro nelle fabbriche che operano per conto dei più grandi brand internazionali di abbigliamento e ha spinto a una riflessione profonda sulla responsabilità sociale delle aziende.
Esploreremo i fatti di quel giorno e cercheremo di capire l’impatto globale che questo incidente ha avuto. Vi racconteremo le testimonianze dei sopravvissuti, le reazioni delle organizzazioni internazionali e le lezioni che il mondo ha imparato, o avrebbe dovuto imparare, da questa tragedia.
Nel 2013, il Bangladesh era uno dei principali centri di produzione tessile al mondo, con l’industria dell’abbigliamento che rappresentava circa l’80% delle esportazioni del paese. E lo è tuttora.
Questo settore, ad oggi, impiega nel Paese oltre 4 milioni di persone, prevalentemente donne, spesso costrette a lavorare in condizioni di sfruttamento.
Solo fino a pochi anni prima la gran parte dei prodotti tessili venivano prodotti in Cina, considerata la “sartoria del mondo”. Con il crescere del tenore di vita cinese, la produzione manifatturiera è virata dal basso all’alto livello, favorendo l’apertura verso nuovi paesi per le produzioni più economiche, indispensabili nel sistema del fast fashion.
Lo stesso governo del Bangladesh ha voluto spingere in questa direzione, con una serie di politiche mirate proprio a favorire il settore tessile e renderlo competitivo a livello internazionale. Sono stati implementati nel corso degli anni incentivi fiscali, agevolati gli accessi ai finanziamenti, promosse le esportazioni, create riforme per semplificare la burocrazia e create delle EPZ (zone di elaborazione per gli esportatori) in cui le aziende tessili possono operare con regole fiscali più favorevoli, minori vincoli burocratici e migliori infrastrutture logistiche.
Grazie anche a queste politiche il PIL del Paese è triplicato in meno di 15 anni, passando dai 53 miliardi di $ nel 2000 ai quasi 150 miliardi di $ nel 2013.
È in questo contesto che si sviluppa la storia di oggi.
Il Rana Plaza, situato a Savar, un sobborgo di Dhaka, era un edificio commerciale di otto piani che ospitava diverse fabbriche tessili, anche se non ne aveva le caratteristiche necessarie.
L’edificio era emblematico delle problematiche strutturali e gestionali che affliggevano il settore: edifici che sorgevano rapidamente e senza le adeguate regolamentazioni, ampliamenti abusivi e uso di materiali di bassa qualità.
Progettato inizialmente per ospitare negozi e uffici, il Rana Plaza fu successivamente trasformato in uno spazio industriale, senza tenere conto del peso aggiuntivo dei macchinari, alcuni dei quali anche di grandi dimensioni, dell’affollamento di persone e dei materiali scadenti utilizzati per la costruzione.
Nel periodo immediatamente precedente l’incidente, furono notate crepe significative nelle strutture dell’edificio. Gli ingegneri, allarmati, ordinarono l’evacuazione immediata e la chiusura del Rana Plaza.
Tuttavia, sotto la pressione esercitata dai clienti per rispettare le scadenze, i responsabili della produzione e i proprietari delle attività ignorarono questi avvertimenti.
La mattina del 24 aprile 2013, nonostante le proteste, sacrosante, per le preoccupazioni destate dalle condizioni dell’edificio, tutti i dipendenti delle aziende tessili furono costretti a tornare al lavoro.
I dipendenti degli uffici e dei negozi ai piani inferiori no, loro erano rimasti a casa.
I dipendenti delle aziende tessili invece furono costretti ad entrare, tutti. Pena la riduzione della paga.
Quanto potranno guadagnare, ammesso che esista una cifra adatta a correre quel rischio?
Ad oggi la paga minima del settore in Bangladesh è di 8300 taka, circa 70 euro al mese.
Quando il Rana Plaza crollò, migliaia di persone rimasero intrappolate tra le macerie. Più di 1.100 persero la vita e a centinaia rimasero ferite, molte con lesioni permanenti.
L’edificio era di proprietà di Sohel Rana, un membro di spicco della Jubo League, l’ala giovanile di un partito politico locale. La struttura ospitava circa 5.000 persone, tra negozi, una banca e altre aziende.
Mentre le attività commerciali occupavano i primi piani dell’edificio, le aziende tessili erano state posizionate ai piani superiori, a seguito ampliamenti costruiti senza permesso, un fatto che aggravò ulteriormente la situazione.
Lo stesso architetto che progettò il Rana Plaza dichiarò che l’edificio era stato destinato a ospitare solo negozi e uffici, non fabbriche.
Secondo i media bengalesi, gli ispettori avevano scoperto le crepe il giorno prima del crollo e avevano chiesto l’evacuazione e la chiusura immediata dell’edificio.
E perché allora i negozi e la banca ai piani inferiori rimasero chiusi, mentre i lavoratori tessili furono costretti a tornare al lavoro il giorno successivo?
Perché il proprietario dello stabile dichiarò l’edificio sicuro.
Alcuni manager arrivarono persino a minacciare di trattenere un mese di stipendio ai lavoratori che si fossero rifiutati di tornare al lavoro. Poi essi stessi rientrarono nell’edificio.
Mi è capitato e mi capita tutt’ora, di avere a che fare con persone che sottovalutano enormemente i rischi cui sono esposti (o a cui espongono i propri collaboratori).
Siamo sempre portati, purtroppo, a pensare che certe cose possano capitare solo agli altri.
Questo è un bias cognitivo, si chiama “overconfidence bias”. Questo “bug” ci porta a sottovalutare i pericoli di qualche cosa che abbiamo già fatto, perché l’abbiamo sempre fatta in un certo modo e non ci sono mai state conseguenze.
“Questa cosa l’ho già fatta 1000 volte”, “Ma sì, ci vorranno due 2 minuti, non serve un’imbracatura”, “Ma sì, c’è qualche crepa nei muri, c’è sempre stata… cosa vuoi che sia?”. Tanto non è mai successo niente.
L’incidente
24 aprile 2013, ore 8:45 del mattino.
Il Rana Plaza, un gigante di cemento di otto piani situato a Savar, nei pressi di Dhaka, collassa improvvisamente.
In pochi istanti, l’intera struttura crolla su sé stessa, lasciando intatto solo il piano terra. Più di 3.800 persone si trovano all’interno dell’edificio in quel momento.
1134 persone non torneranno a casa, circa 2515 ne usciranno ferite, alcune in maniera permanente.
Alcuni sopravvissuti racconteranno di aver sentito un forte boato, simile a un terremoto. Subito dopo, il rumore assordante della struttura che si accartocciava, seppellendo migliaia di lavoratori sotto tonnellate di macerie.
La scena che si presentò ai primi soccorritori era apocalittica. Detriti ovunque e un silenzio spettrale che avvolgeva tutto, spezzato dalle grida disperate che provenivano da sotto le macerie.
Le operazioni di soccorso iniziarono immediatamente, ma furono caotiche e disperate. Le squadre di soccorso, composte da personale di esercito, vigili del fuoco e polizia, si trovarono di fronte a quella che si trasformerà nella più grande tragedia della storia del lavoro.
Nonostante le Nazioni Unite avessero offerto aiuto, proponendo di inviare squadre specializzate con cani da ricerca e attrezzature avanzate, le autorità bengalesi declinarono l’offerta, preferendo gestire la crisi con le risorse locali.
Questo rifiuto, per molti, rifletteva la volontà del governo di mantenere il controllo sulla narrazione dell’incidente, ma mise ulteriormente in luce la vulnerabilità del sistema di soccorso del paese.
Tra le vittime, più della metà erano donne, lavoratrici nelle fabbriche tessili dell’edificio.
All’interno del Rana Plaza c’erano anche dei bambini, ospitati negli asili-nido aziendali, che non furono risparmiati dalla tragedia.
Diciamo che l’asilo nido interno avrebbe dovuto essere una sorta di misura di welfare aziendale, a fronte di turni di lavoro massacranti e di stipendi miseri, insufficienti a garantire una vita dignitosa.
I soccorritori lottarono contro il tempo e contro tutte le difficoltà logistiche che si possono verificare in una situazione del genere.
Miracolosamente, il 10 maggio, 17 giorni dopo il crollo, una giovane donna fu trovata viva.
Ferita, sotto shock, ma viva, tra le rovine del Rana Plaza.
È Reshma, che abbiamo incontrato all’inizio dell’episodio. Reshma, che lavorava al quinto piano dell’edificio, rimase sepolta sotto le macerie, schiacciata da un pilastro che le impedì di muoversi. Con sé, solo una bottiglietta di acqua.
La sua storia divenne simbolo di speranza in mezzo alla disperazione, ma non poté cancellare l’orrore vissuto dalle migliaia di persone coinvolte.
Questo incidente, come tutti gli incidenti, non fu causato da un evento isolato.
Qualsiasi incidente nasce da un insieme di scelte, negligenze ed eventi che portano ad un episodio indesiderato.
Le crepe notate il giorno prima erano solo l’ultimo segnale di allarme, ma la pressione per rispettare le scadenze di produzione aveva prevalso su ogni basilare regola di sicurezza.
Il crollo del Rana Plaza fu il culmine di anni di abusi edilizi, uso di materiali scadenti, affollamento eccessivo e in generale una sottostima dei reali pericoli.
La risposta della popolazione alla tragedia fu immediata. Dopo i primi giorni di lutto e shock per la situazione iniziarono le proteste, spesso represse con la forza dalle autorità.
Ed è in questo clima di scontri che inizia il percorso giudiziario per individuare e punire i responsabili e riconoscere i risarcimenti ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime.
Conseguenze legali e giudiziarie
Le conseguenze legali del crollo del Rana Plaza furono di vasta portata, facendo emergere le profonde falle nel sistema giudiziario bengalese.
Subito dopo il disastro, i proprietari dell’edificio, tra cui Sohel Rana e i dirigenti delle fabbriche coinvolte furono arrestati e accusati di omicidio colposo e violazione delle leggi edilizie.
Tuttavia, ottenere giustizia per le vittime si rivelò un processo lungo e complesso.
Sohel Rana, il proprietario dell’edificio, venne arrestato mentre tentava di fuggire in India e successivamente condannato, nel 2017, a tre anni di prigione per corruzione, per non aver dichiarato la sua ricchezza alla Commissione Anti-Corruzione del Bangladesh.
Il processo, iniziato nel 2016, ostacolato da ritardi burocratici e giuridici, al momento vede Sohel Rana come l’unico tra gli accusati a rimanere in custodia.
Molti degli altri imputati coinvolti sono stati rilasciati su cauzione.
A livello internazionale, l’incidente del Rana Plaza ha spinto le aziende occidentali e i governi a rivedere le loro politiche di approvvigionamento.
Un mio cliente è fornitore italiano di alcuni importanti brand di moda internazionali. Proprio lo scorso anno mi hanno chiesto supporto per compilare della modulistica relativa ad alcuni audit, in cui questi brand chiedono riscontro a moltissimi requisiti di sicurezza e sostenibilità. Ad esempio, viene richiesto di dimostrare che non vi siano condizioni di schiavitù o sfruttamento del lavoro minorile, non solo da parte del fornitore diretto, ma anche nelle aziende da cui quest’ultimo si approvvigiona.
Si tratta di un sistema di tracciabilità per garantire al consumatore finale che il capo acquistato sia il risultato di politiche del lavoro corrette.
Uno dei risultati più significativi è stato la creazione dell’Accordo sulla Sicurezza negli Edifici e la Prevenzione degli Incendi, un patto vincolante firmato da più di 200 aziende internazionali. Questo accordo, impone ispezioni regolari delle fabbriche tessili e misure concrete per migliorare le condizioni di lavoro, rappresentando quindi un importante passo avanti per ottenere le condizioni di sicurezza minime necessarie per il personale impiegato nelle fabbriche.
Ma quanto è cambiato veramente per i lavoratori e le lavoratrici del settore tessile?
Le ultime proteste risalgono al novembre 2023, per chiedere l’aumento del salario minimo (che ad oggi, ricordiamolo, è di circa 70 euro al mese).
A distanza di anni, i progressi restano lenti e molte fabbriche continuano a operare in condizioni precarie, spesso ignorando le norme di sicurezza imposte dall’accordo.
Sebbene siano stati compiuti alcuni passi avanti, questi non sono sufficienti.
Le pressioni economiche e la domanda di produzione a basso costo continuano a mettere a rischio la vita di milioni di lavoratori e soprattutto lavoratrici.
Le reazioni in Bangladesh e nel mondo
Le testimonianze dei sopravvissuti al crollo del Rana Plaza sono strazianti e rivelano l’orrore di quella giornata, in cui hanno perso amici, colleghi e parenti.
Queste voci hanno trovato eco attraverso attivisti e organizzazioni non governative, che hanno portato all’attenzione globale le condizioni disumane in cui lavoravano i dipendenti delle fabbriche tessili del Bangladesh.
La rabbia e l’indignazione per questa tragedia non rimasero confinate in Bangladesh.
Numerose campagne e proteste si sollevarono in tutto il mondo, chiedendo giustizia per le vittime.
Queste iniziative costrinsero molte aziende a prendere posizione e ad adottare misure per migliorare la sicurezza dei loro fornitori, anche se spesso le azioni intraprese si rivelarono insufficienti o spinte da motivazioni sbagliate.
Se avete sentito il termine greenwashing sapete di cosa sto parlando.
L’anno successivo, il governo degli Stati Uniti rilasciava una dichiarazione, nella quale dichiarava:
Oggi ricorre il primo anniversario del crollo del Rana Plaza a Dhaka, in Bangladesh, che ha causato oltre 1.100 morti e migliaia di feriti, diventando il peggior disastro industriale nella storia del settore tessile […]. Mentre piangiamo le vittime, siamo nuovamente chiamati ad agire affinché tragedie come il Rana Plaza e il Tazreen non si ripetano mai più.
Tutti gli attori in Bangladesh – compreso il governo, i datori di lavoro e gli acquirenti dei prodotti bengalesi – hanno la responsabilità di garantire condizioni di lavoro sicure […]. A tal fine, […] Stiamo […] collaborando strettamente con l’Unione Europea e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro […].
Nell’ultimo anno, il governo del Bangladesh […] ha permesso la registrazione di oltre 140 sindacati, ha consentito la ri-registrazione di un’importante organizzazione non governativa sui diritti del lavoro che era stata privata della registrazione, ha concordato un piano ambizioso per ispezioni di sicurezza e monitoraggio a livello di fabbrica e riparazioni nel settore tessile in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ha avviato l’assunzione di nuovi ispettori del lavoro e ha effettuato ispezioni preliminari sulla sicurezza.
Tuttavia, […] Continuano a esserci preoccupazioni […]. Il processo di assunzione degli ispettori è in ritardo e i risultati delle ispezioni devono essere resi pubblici su un database facilmente accessibile. Il governo del Bangladesh deve inoltre fare di più per proteggere i lavoratori che affrontano intimidazioni e rappresaglie nel tentativo di organizzarsi. […].
Piccola nota. All’inizio del comunicato si parlava di Tazreen.
La Fashion Tazreen è un’altra azienda tessile, sempre a Dhaka.
Nel 2012 un incendio ha causato 112 vittime, intrappolate nel palazzo privo di uscite di sicurezza. Magari ne parleremo in un prossimo episodio.
A distanza di anni, il crollo del Rana Plaza rimane una ferita aperta nel cuore del Bangladesh e nella memoria collettiva globale. È diventato un potente simbolo della lotta per i diritti dei lavoratori nel settore tessile, spingendo a riflessioni profonde sul valore della vita umana rispetto al profitto.
La tragedia ha stimolato una maggiore consapevolezza e ha ispirato movimenti internazionali volti a garantire condizioni di lavoro più sicure e giuste in tutto il mondo, anche attraverso l’attivismo di alcuni superstiti dell’incidente che hanno portato in diversi paesi europei la loro testimonianza per chiedere giustizia.
I diritti dei lavoratori devono essere rispettati e le normative sulla sicurezza devono essere applicate, in Italia come in Bangladesh.
Il crollo del Rana Plaza è un evento simbolo della lotta per la sicurezza sul lavoro, oltre che per la dignità dei lavoratori.
È anche l’esempio di una mentalità che porta a sottovalutare i reali pericoli, la stessa mentalità che ci fa ritenere una perdita di tempo – il sacro tempo della produzione – qualsiasi protezione aggiuntiva. E no, non sto parlando solo del Bangladesh, ma del mio vissuto quotidiano nelle aziende italiane.
La stessa parola incidente può essere frutto di fraintendimenti, perché si tende a pensare che un incidente sia sempre causato dalla sfiga, quando la sfiga di solito c’entra poco.
Prendiamo l’esempio degli incidenti aerei: è vero che, purtroppo, non riusciremo mai ad azzerare le probabilità che l’aereo cada (ne parleremo in una prossima puntata), ma ad oggi l’aereo resta il mezzo di trasporto più sicuro al mondo.
E sapete perché?
Perché è pensato per avere sistemi di sicurezza ridonanti, in modo che se uno di essi non funzionasse, possano entrarne in funzione degli altri. Nel nostro lavoro dovremmo sempre ricordarci che quel caschetto di cui ti lamenti, quella procedura che allunga un po’ i tempi, quell’imbracatura che non hai voglia di mettere, quel controllo così noioso possono essere il sistema ridondante che ci salva la vita.
Ricordiamoci che nessuno può sentirsi esonerato, neanche tu che mi stai ascoltando, nemmeno io che ti sto parlando.
In Italia, ogni anno, muoiono in media tre persone al giorno sul posto di lavoro.
Oggi, in Italia, 3 persone potrebbero essere morte lavorando.
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