S2. Ep.2 – MONDIALI DEL QUATAR

Il 18 dicembre 2022, allo stadio Lusail di Doha, si gioca la finale della Coppa del Mondo. Ottantottomila posti, tutto esaurito. Ottantottomila persone che guardano la partita più attesa del calcio mondiale in uno dei palazzi dello sport più grandi mai costruiti dall’uomo.

Lusail è un capolavoro di ingegneria. La sua forma richiama le dhow, le imbarcazioni tradizionali della penisola arabica. Le facciate riflettono la luce del deserto. La capienza è enorme, la tecnologia impeccabile. È lo stadio che il Qatar ha voluto come simbolo dei propri mondiali.

Quell’edificio ha richiesto anni di lavori.

Migliaia di persone ci hanno lavorato ogni giorno, sotto il sole del Golfo Persico. Molti di loro vengono da un altro mondo: dal Nepal, dall’India, dal Bangladesh, dal Pakistan, dallo Sri Lanka. Giovani uomini che hanno lasciato le loro famiglie per costruire qualcosa che non avrebbero mai potuto permettersi di vivere da spettatori.

Non tutti sono tornati a casa.

A poco più di una settimana dall’inizio dei mondiali di calcio, non raccontiamo un singolo incidente, ma un processo durato dodici anni, durante i quali migliaia di lavoratori migranti sono morti in Qatar mentre costruivano le infrastrutture per il mondiale di calcio più costoso della storia.

2. CONTESTO STORICO

Facciamo un passo indietro.

Zurigo, 2 dicembre 2010.

Nella sede della FIFA, il presidente Blatter apre la busta e pronuncia il nome: Qatar. Il piccolo emirato del Golfo Persico si aggiudica il diritto di ospitare i mondiali di calcio del 2022.

La reazione, quasi ovunque, è di stupore. Il Qatar non ha stadi sufficienti, non ha infrastrutture adeguate, non ha mai ospitato un grande evento sportivo. In estate le temperature superano i cinquanta gradi. Non ha nemmeno una tradizione calcistica degna di nota.

Quello che ha è il denaro. Enormi riserve di gas naturale, un fondo sovrano tra i più ricchi del mondo e una classe dirigente determinata a trasformare un piccolo emirato desertico nel centro del mondo.

Quasi subito, però, l’assegnazione finisce sotto accusa. Già nei giorni successivi al voto emergono le prime denunce di irregolarità. Nei mesi e negli anni seguenti si accumulano inchieste giornalistiche, indagini giudiziarie, documenti riservati. Nel 2014, il Sunday Times pubblica quella che definisce prova documentale di pagamenti illeciti a funzionari FIFA da parte di Mohammed bin Hammam, imprenditore qatariota e all’epoca presidente della Confederazione Calcistica Asiatica.

Lo stesso Blatter, nel 2014, dirà pubblicamente che assegnare il mondiale al Qatar era stato un errore, senza però chiarire le circostanze in cui quel voto era stato preso.

Nel maggio 2015 arriva la svolta giudiziaria. Le autorità svizzere, su mandato del Dipartimento di Giustizia americano, arrestano in un hotel di Zurigo sette funzionari FIFA nell’ambito di un’inchiesta su corruzione e frode che coinvolge decenni di storia dell’organizzazione.

Il totale dei fondi illeciti stimati dall’indagine supera i centocinquanta milioni di dollari. Su ventitre membri del Comitato Esecutivo FIFA che avevano partecipato alla votazione del 2010, quindici vengono in seguito indagati, incriminati o sospesi.

Blatter riceve una sospensione di sei anni. Michel Platini, presidente UEFA, viene sospeso per una vicenda collegata e perde la carica.

Le inchieste non portano a una condanna definitiva direttamente riconducibile all’assegnazione del mondiale al Qatar, ma il quadro che emerge da anni di indagini è quello di un’organizzazione in cui la corruzione era, secondo gli stessi termini usati dal Parlamento Europeo in una risoluzione del 2022, “dilagante, sistemica e profondamente radicata.”

Il punto non è solo giudiziario. È che i mondiali vengono assegnati a un paese con condizioni di lavoro già allora denunciate da Amnesty International e Human Rights Watch, senza che la FIFA imponga alcuna garanzia vincolante a tutela dei lavoratori che avrebbero dovuto costruire le infrastrutture.

Questa omissione, deliberata o negligente, è il punto di partenza di ciò che raccontiamo oggi.

Il Qatar ha una particolarità. Su circa tre milioni di abitanti, i cittadini qatarioti sono una minoranza che si stima tra il dieci e il quattordici per cento della popolazione totale.

La popolazione restante è composto da persone di varie nazionalità. 

I lavori manuali, le costruzioni, la logistica, i servizi, tutto è svolto da lavoratori migranti, in grandissima parte provenienti dall’Asia meridionale.

Non è una situazione nuova: la dipendenza dalla manodopera straniera nel Golfo Persico ha radici che risalgono al primo boom petrolifero degli anni Cinquanta.

La vera novità, dopo la candidatura del 2010, è la scala.

Il Qatar si impegna a costruire sette stadi completamente nuovi, ristrutturarne un ottavo, costruire una città intera dal nulla, espandere l’aeroporto internazionale di Doha, realizzare una metropolitana, nuove strade, alberghi, centri commerciali.

Un programma infrastrutturale da oltre duecento miliardi di dollari in dodici anni. Per farlo, la popolazione di lavoratori migranti cresce rapidamente.

Il sistema che governa i loro contratti, i loro diritti e la loro vita quotidiana si chiama kafala.

È un sistema di sponsorizzazione lavorativa in cui il visto del lavoratore è legato al datore di lavoro. Senza il suo consenso, il lavoratore non può cambiare lavoro, non può lasciare il cantiere, non può lasciare il paese.

Se il rapporto con il datore di lavoro si deteriora, se i salari non vengono pagati, se le condizioni diventano intollerabili, le alternative legali disponibili sono quasi nulle. Denunciare significa rischiare di essere licenziati, di perdere il visto e di essere espulsi dal paese.

Amnesty International documenta sistematicamente passaporti confiscati, salari trattenuti per mesi, lavoratori che non possono muoversi senza il permesso del proprio datore di lavoro.

Per capire però perché milioni di uomini accettino queste condizioni, bisogna uscire dal Qatar e andare dove questi lavoratori vengono reclutati.

Nelle campagne del Nepal, del Bangladesh, dell’India, dello Sri Lanka e del Pakistan, partire per il Golfo non è una scelta tra molte. Spesso è l’unica.

Il percorso inizia con un agente. Gli intermediari operano capillarmente nelle comunità rurali, spesso attraverso una catena di sub-agenti che arrivano fino ai villaggi più piccoli.

Promettono stipendi precisi, contratti regolari, alloggi dignitosi. La commissione che chiedono per trovare il lavoro è illegale, tecnicamente, sia in Qatar sia nei paesi di origine, ma è universalmente praticata.

Un’inchiesta del Guardian stima che i lavoratori bengalesi abbiano complessivamente pagato tra un miliardo e mezzo e due miliardi di dollari in commissioni di reclutamento nel solo periodo tra il 2011 e il 2020. Per i nepalesi, la stima supera i trecento milioni di dollari in quattro anni.

Le cifre individuali variano, ma un rapporto commissionato dalla Qatar Foundation nel 2014 stima una media di circa milletrecento dollari per lavoratore, con casi documentati di importi versati fino a quattromila o cinquemila dollari.

Per un uomo che in Nepal o Bangladesh guadagna l’equivalente di pochi dollari al giorno, quella somma non è raggiungibile con i propri risparmi. Si contrae un debito, a tassi di interesse che un rapporto commissionato dalla stessa Qatar Foundation nel 2014 documenta tra il trenta e il sessanta per cento annuo.

Si vendono terreni, si chiedono prestiti ai parenti, si svuotano i risparmi della famiglia. Si parte già indebitati, con l’obbligo di ripagare prima di poter mandare qualcosa a casa.

Questo meccanismo non un’anomalia del sistema: è il sistema.

Il debito che ne consegue è uno strumento di controllo. Un lavoratore che deve ancora centinaia o migliaia di dollari al prestatore non può permettersi di tornare a casa prima di averli ripagati. Non può permettersi di protestare. Non può permettersi di rifiutare turni extra, alloggi inadeguati, mansioni diverse da quelle per cui aveva firmato.

Perché le mansioni cambiano.

La sostituzione del contratto è una pratica documentata sistematicamente. Si firma un accordo nel paese di origine con determinate condizioni, e si scopre all’arrivo in Qatar che quel contratto è stato sostituito con uno diverso, spesso con uno stipendio più basso e mansioni più pesanti.

Un caso documentato dal Guardian — non direttamente collegato ai cantieri degli stadi, ma emblematico del fenomeno più ampio — è quello di Aman Ullah, che racconta di aver firmato per un lavoro come saldatore a Doha: all’arrivo, viene portato in una fattoria nel deserto, a lavorare come bracciante agricolo con un compenso di un terzo rispetto a quanto promesso.

La vita quotidiana aggiunge un altro livello a questo quadro. I lavoratori vengono alloggiati in dormitori nella cosiddetta Industrial Area di Doha, un distretto industriale periferico dove vivono, secondo alcune stime, fino a ottocentomila persone.

Stanze condivise da otto, dieci, quindici persone. Letti a castello. Cucine condivise da decine di individui. Bagni insufficienti. Strutture prive di adeguata ventilazione in un paese dove le temperature estive superano i quarantacinque gradi.

Nelle testimonianze raccolte da Amnesty International e Human Rights Watch il pattern è ripetuto con una frequenza che esclude una semplice casualità: strutture fatiscenti, cibo insufficiente, acqua scarsamente disponibile, e la certezza che protestare formalmente equivale a perdere il lavoro.

In questo quadro si inserisce il problema del caldo, che è il fattore che più di ogni altro lega queste condizioni alle morti.

In Qatar, durante i mesi estivi, le temperature diurne superano regolarmente i quarantacinque gradi con un’umidità elevata. Lavorare all’aperto in queste condizioni espone al rischio di colpi di calore, disidratazione, collasso cardiaco.

È un rischio noto, misurabile, documentabile. Eppure, per anni i turni di lavoro estivi continuano senza adeguate pause, senza ombra sufficiente, senza accesso garantito all’acqua e senza che i dormitori siano sufficientemente freschi da permettere al corpo di recuperare durante la notte.

Un lavoratore che esce esausto dal turno dorme in una stanza surriscaldata e rientra al cantiere all’alba, accumula un deficit fisiologico che, nel tempo, diventa letale.

Il governo qatariota introduce il divieto di lavoro all’aperto nelle ore centrali della giornata estiva solo nel 2021. Per moltissimi, è una misura arrivata troppo tardi.

3. GLI INCIDENTI

A partire dal 2011, i cantieri si aprono ovunque.

Lo stadio Lusail, l’Al Bayt ad Al Khor, il Khalifa International ristrutturato, l’Al Thumama, l’Ahmed bin Ali, il Ras Abu Aboud e il Janoub. Costruzioni mastodontiche, progettate da architetti di fama mondiale, finanziate con risorse apparentemente illimitate, realizzate da centinaia di migliaia di uomini pagati qualcosa meno del minimo.

Le denunce arrivano presto.

I primi rapporti appaiono nel 2013, quando Amnesty International descrive condizioni di lavoro degradanti nei cantieri dello stadio Khalifa.

Nel 2014, la Confederazione Internazionale dei Sindacati stima che, senza riforme, quattromila lavoratori potrebbero morire prima dell’inizio dei mondiali. La proiezione viene costruita a partire dai dati forniti dalle ambasciate di India e Nepal sulle morti avvenute nel 2012 e 2013, e viene supportata da rapporti paralleli di alcune organizzazioni per la tutela dei diritti umani, che documentano dormitori sovraffollati, orari di lavoro estenuanti, salari non pagati e pratiche di sicurezza inadeguate.

Nel febbraio del 2021, il quotidiano britannico The Guardian pubblica un’inchiesta basata sui dati ufficiali forniti dalle ambasciate di India, Nepal, Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka. La cifra che emerge è questa: oltre seimilacinquecento lavoratori migranti provenienti da questi cinque paesi sono morti in Qatar dal dicembre 2010 in poi.

Una media che supera le dodici morti a settimana nell’arco di dieci anni. Tutte per la realizzazione delle infrastrutture di un solo evento.

La cifra viene immediatamente contestata dalle autorità qatariote e dalla FIFA.

La posizione ufficiale è che i dati del Guardian includono tutte le morti di cittadini stranieri registrate in Qatar, indipendentemente dalla causa, dall’età e dal tipo di attività lavorativa.

Il punto è tecnicamente fondato: tra i seimilacinquecento ci sono anche morti per cause naturali in senso stretto, incidenti stradali, malattie non correlate al lavoro.

Il problema, però, è che non è possibile sapere quante siano direttamente imputabili ai cantieri. E non è possibile saperlo perché il Qatar raramente conduce autopsie sui lavoratori stranieri che muoiono. La causa di morte più frequente nei certificati ufficiali è una sola: arresto cardiaco.

O, più genericamente, cause naturali.

Amnesty International documenta sistematicamente questa classificazione applicata anche nei casi di giovani uomini in piena salute che avevano superato una visita medica obbligatoria appena prima di partire.

Il fatto che una percentuale elevata di morti avvenga nei mesi più caldi, tra luglio e settembre, e che riguardi spesso lavoratori impegnati in mansioni fisicamente intense all’aperto, non viene mai presa in considerazione come elemento di analisi dalle autorità qatariote.

Uno studio pubblicato sulla rivista medica Cardiology nel 2019 analizza le morti di oltre milletrecento lavoratori nepalesi in Qatar tra il 2009 e il 2017, trovando una correlazione statisticamente significativa tra l’esposizione al calore estivo e la mortalità cardiovascolare.

I giovani uomini muoiono più frequentemente nei mesi di picco termico. Gli autori concludono che lo stress termico è un fattore contributivo plausibile, anche quando la causa di morte ufficiale è un arresto cardiaco.

Nel novembre 2022, mentre i mondiali sono già in corso, il segretario generale del Comitato Supremo qatariota per la Consegna e il Lascito, rilascia un’intervista al giornalista Piers Morgan. Alla domanda sul numero reale di morti tra i lavoratori legati al mondiale, al-Thawadi risponde: 

la stima è di circa quattrocento, tra quattrocento e cinquecento. Non ho il numero esatto.

Era la prima volta che un funzionario qatariota di alto livello citava pubblicamente una cifra di quella entità. Il giorno successivo, il Comitato Supremo emette una precisazione: al-Thawadi si stava riferendo a statistiche nazionali sulle morti lavorative in tutti i settori del Qatar tra il 2014 e il 2020, non specificamente ai mondiali.

Ciò che rimane, dopo la dichiarazione e la sua successiva ridefinizione, è la conferma di ciò che si sospettava: il numero delle morti è significativamente più alto di quello che le autorità avevano comunicato fino a quel momento.

Ma sono le storie individuali il modo più concreto per capire cosa succedeva dietro quei numeri.

Mosharraf Hossen lascia il Bangladesh nel 2014 per lavorare in uno dei cantieri degli stadi. Scrive alla famiglia che le condizioni sono difficili, che il calore è insostenibile, che i pagamenti arrivano in ritardo.

Il 7 agosto 2018, il giorno dopo che le temperature avevano raggiunto i 46 gradi, muore. Il certificato di morte indica arresto cardiaco e insufficienza renale. La sua famiglia riceve 686 dollari di stipendi arretrati dall’impresa. Nessun risarcimento, nessuna indennità, nessun riconoscimento ufficiale che la sua morte abbia a che fare con le condizioni in cui lavorava.

Vinod Kumar parte dall’India nel 2017, a 25 anni. Era appassionato di calcio da bambino, e andare a costruire gli stadi dove si sarebbero giocati i mondiali aveva qualcosa di concreto: un lavoro, uno stipendio, soldi da mandare a casa. Muore nel 2020.

Alla famiglia giungono storie contraddittorie sulla causa della morte: prima un incidente sul lavoro, poi un suicidio. Non ottiene mai una risposta definitiva. Lascia una moglie e un figlio piccolo.

Anish Adhikari, nepalese, lavora nei cantieri per trentatré mesi. Riesce a tornare. Racconta che l’agente di reclutamento gli aveva promesso condizioni molto diverse da quelle che ha trovato. Nei trentatré mesi trascorsi in Qatar, non riesce mai a risarcire i suoi debiti.

Mahamad Nadaf Mansur Dhuniya, nepalese, paga un agente per ottenere un lavoro nei cantieri nel 2018. Può permettersi la commissione solo contraendo un prestito a un tasso annuo del quarantotto per cento. Viene trovato impiccato nel suo posto di lavoro.

La sua vedova, Mairul Khatun, vive in una zona rurale del Nepal meridionale, lavora nei campi per pochi rupie al giorno e deve ancora ripagare i debiti contratti dal marito per arrivare in Qatar.

4. CONSEGUENZE LEGALI

Non ci sono stati processi. Non ci sono state condanne. Non ci sono stati risarcimenti sistematici.

Questa è la sostanza delle conseguenze legali dei mondiali del Qatar, e in questo senso la vicenda si distingue da quasi tutti gli altri casi che abbiamo raccontato in questo podcast.

Non c’è una sentenza da analizzare, non c’è un imputato che è stato condannato o assolto. C’è invece qualcosa di più diffuso e più difficile da afferrare: una responsabilità diluita tra molti soggetti, nessuno dei quali ha ritenuto di dover rispondere in modo formale di ciò che è accaduto.

Le famiglie dei lavoratori morti non hanno in genere le risorse né l’accesso al sistema legale necessari per intentare cause in Qatar.

Il sistema kafala rendeva i lavoratori ancora in vita estremamente vulnerabili a ritorsioni se provavano a denunciare.

E quando il lavoratore moriva, la classificazione della morte con un generico cause naturali privava automaticamente la famiglia del diritto alla compensazione prevista dalla legge qatariota per le morti lavorative. Un meccanismo circolare: le morti non vengono investigate, quindi non vengono classificate come lavorative, quindi non generano obblighi di risarcimento.

Amnesty International documenta anche un caso emblematico di quello che accade a chi, dall’interno, prova a sollevare il problema. Abdullah Ibhais, ex responsabile delle comunicazioni del Comitato Supremo qatariota, viene arrestato nel 2019 dopo aver sollevato internamente preoccupazioni sulle condizioni dei lavoratori nei cantieri del mondiale.

Viene condannato a tre anni di reclusione per accuse di corruzione che, secondo il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria, sono costruite su confessioni estorte e su un processo gravemente irregolare. Il gruppo ONU chiede la sua immediata liberazione. Le autorità qatariote non rispondono.

Sul fronte della FIFA, la situazione è altrettanto ferma. La federazione incassa dal torneo qatariota il record storico di sette miliardi e mezzo di dollari di entrate. una coalizione di organizzazioni per i diritti umani, federazioni calcistiche nazionali, sindacati internazionali e alcuni sponsor ufficiali del mondiale ha chiesto alla FIFA di destinare una somma equivalente ai premi distribuiti alle squadre partecipanti, quattrocentoquaranta milioni di dollari, a un fondo di compensazione per le famiglie dei lavoratori.

A fine 2024, la FIFA annuncia il lancio di un Legacy Fund da cinquanta milioni di dollari, destinato all’Organizzazione Mondiale della Sanità, all’Organizzazione Mondiale del Commercio e all’UNHCR. Nel comunicato ufficiale le parole lavoratore migrante non compaiono nemmeno una volta. Amnesty International definisce il fondo vergognoso: non prevede alcun risarcimento per le famiglie di chi è morto, né per i lavoratori che hanno subito abusi. Cinquanta milioni di dollari, per confronto, rappresentano meno dell’uno per cento delle entrate generate dal torneo.

Nel frattempo, il Qatar ha introdotto alcune misure concrete sotto la pressione internazionale: l’eliminazione formale del requisito del permesso di uscita, l’introduzione di un salario minimo, la possibilità di cambiare impiego senza l’autorizzazione del datore di lavoro.

Misure significative in linea di principio, arrivate tardi e applicate, secondo le organizzazioni di monitoraggio, in modo largamente insufficiente.

Human Rights Watch documenta che sei mesi dopo la finale le promesse di compensazione non si erano tradotte in pagamenti reali. Lavoratori rimasti in Qatar continuavano a denunciare furti di salario, contratti rescissi senza preavviso e nuove forme di sfruttamento.

Amnesty International riporta che il Ministero del Lavoro qatariota ha registrato più di trecentocinquanta violazioni del divieto di lavoro nelle ore centrali estive nel solo periodo tra giugno e settembre di un anno successivo al mondiale, senza fornire dettagli sulle sanzioni effettivamente comminate.

La norma esiste. L’applicazione è un’altra cosa.

5. TESTIMONIANZE

Le testimonianze che arrivano dai lavoratori e dalle loro famiglie hanno tutte una struttura simile: una partenza carica di aspettative, un arrivo che le smonta, e una fine che nessuno riesce del tutto a spiegare.

Ranjit Sah viene dal Nepal. Prende in prestito l’equivalente di settecentocinquanta sterline per pagare l’agenzia di reclutamento e arriva in Qatar con un contratto da idraulico. Viene impiegato in lavori di ogni tipo, anche in altezza e in condizioni che non corrispondono alle sue competenze. I primi dieci mesi di lavoro vanno interamente a ripagare il debito contratto per ottenerlo. Solo dopo inizia a mandare soldi alla famiglia: centoventiquattro sterline al mese, su uno stipendio di centoquaranta.

Quando torna in Nepal per il suo matrimonio, cerca un modo per non tornare più in Qatar.

Indrajit Mandal, ventiduenne di un villaggio del Nepal meridionale, nel 2022 decide comunque di partire per il Qatar nonostante sappia quello che succede.

Suo zio Kripal, che lavorava nei cantieri da dodici anni, è morto quell’anno di infarto a quarant’anni. Indrajit sospetta che l’esposizione cronica al caldo abbia avuto un ruolo.

Un lavoratore nepalese che aveva già completato un primo contratto in Qatar, e che aveva pagato la commissione di reclutamento per il primo, racconta la differenza vissuta con il secondo contratto, ottenuto senza indebitarsi:

“Quando avevo il peso del debito di reclutamento sulle spalle, dovevo preoccuparmi di così tante cose: quando avrei finito di pagare il prestito, la pressione di pagare gli interessi in tempo. Il prestatore continuava a fare pressione su mia moglie, a molestare la mia famiglia. C’era sempre un peso che mi tormentava.”

Le famiglie di chi non è tornato raccontano l’altra parte della storia. Ram Pukar Sahani, il cui padre muore in un cantiere in Qatar nel maggio del 2022, non riceve alcun risarcimento.

“La mia unica opzione ora è cercare lavoro all’estero, altrimenti le cose diventeranno finanziariamente insostenibili per la mia famiglia.”

Il personale sanitario nepalese che lavora all’aeroporto di Kathmandu racconta di bare che arrivano con una frequenza che sarebbe impensabile in qualsiasi altro contesto lavorativo. Un cardiologo nepalese che ha studiato il fenomeno descrive corpi giovani, uomini tra i venti e i quarant’anni, che sulla carta non avrebbero dovuto morire: tutti con il cuore che si è fermato, tutti nei mesi più caldi, dopo turni di lavoro fisicamente intensi all’aperto.

E infine la testimonianza di Mohamed, lavoratore dello Sri Lanka, raccolta direttamente da Amnesty International, che descrive l’arrivo al dormitorio:

“Quando ho visto dove avrei dormito, qualsiasi speranza che avevo si è infranta. L’alloggio era sporco e in dieci condividevamo una stanza. Ci facevano lavorare turni di dieci ore nei cantieri senza nessun tipo di protezione, neanche un casco. Era un lavoro intenso e fisicamente duro, con un caldo eccessivo.”

Mohamed non viene pagato per mesi. Quando prova a sporgere denuncia, viene indirizzato ai tribunali del lavoro, dove viene informato che il loro caso non è stato ancora registrato.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha sintetizzato il problema in modo diretto: la cifra del Guardian è spaventosa soprattutto se raffrontata ai numeri che danno le autorità del Qatar, che per anni hanno ammesso solo alcune decine di morti, tutte quante per infarto, come se improvvisamente i lavoratori fossero stati colpiti in massa da complicanze cardiocircolatorie.

La realtà è che questo numero enorme di morti è dovuto alle condizioni di lavoro e, in particolare, ai colpi di calore subiti da persone di sana e robusta costituzione costrette a lavorare con un caldo asfissiante senza turni di riposo adeguati.

6. CONCLUSIONI

Mentre registriamo questa puntata, i mondiali del 2026 sono alle porte. Sarà un mondiale diffuso,  giocato tra Stati Uniti, Canada e Messico. 

Stadi già esistenti, paesi con sistemi di tutela del lavoro molto diversi dal Qatar. Un contesto diverso, almeno sulla carta.

Eppure, il copione sembra molto familiare.

Amnesty International ha pubblicato un rapporto sui rischi per i diritti umani legati al torneo.

Human Rights Watch ha scritto una lettera formale al presidente FIFA Gianni Infantino chiedendo garanzie concrete.

E a marzo del 2025, il sindacato internazionale delle costruzioni si è presentato allo stadio Azteca di Città del Messico — uno degli stadi che ospiterà il mondiale — per effettuare un’ispezione sulle condizioni dei lavoratori. Non è stato fatto entrare nel cantiere.

La FIFA aveva negoziato un accordo per ispezioni indipendenti nei tre paesi ospitanti, poi si è ritirata prima di firmarlo.

Ha tuttavia introdotto per la prima volta requisiti formali sui diritti umani nel processo di candidatura. È un passo avanti rispetto al 2010.

Ma sappiamo anche che un impegno sulla carta vale quanto chi lo fa rispettare.

Nel frattempo, anche da noi qualcosa si muove, lentamente.

In Italia, dallo scorso anno, sono in vigore ordinanze regionali che vietano il lavoro all’aperto nelle ore più calde — di solito tra le dodici e trenta e le sedici — nei cantieri, nei campi agricoli, nelle cave.

Lo fanno sulla base di un sistema di monitoraggio nazionale che classifica il rischio giorno per giorno, zona per zona.

I dati raccolti dall’INAIL attraverso il progetto Worklimate mostrano un aumento costante degli infortuni correlati al caldo, con costi sociali stimati in decine di milioni di euro ogni anno.

E le cronache estive continuano a riempirsi di storie che, cambiate le coordinate geografiche, non sono sempre così diverse da quelle che abbiamo raccontato oggi.

“OMBRE SUL LAVORO: LEZIONI (IMPARATE E MANCATE) DAI GRANDI INCIDENTI” è un podcast di MAY S.r.l.s. registrato ai 2Play Studios di Varese

Lo script è di Andrea Addabbo e Gaia Bocola

Le voci sono di Andrea Addabbo e Cristina Gramegna

Le musiche del podcast sono disponibili su www.fesliyanstudios.com

Il titolo della sigla è “Wolves”, di The Austen.

Le fonti dei contenuti audio sono indicate nella sinossi

Troverete articoli, risorse e altro legato al mondo della sicurezza sul lavoro sul sito may-hse.com

Fonti:

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