S1. Ep.11 – La produzione di Eternit

Per decenni, la parola “amianto” è stata sinonimo di modernità.

Era la fibra magica che non bruciava, non si corrodeva, non si rompeva. Potevi costruirci di tutto.

Era ovunque: sui tetti delle case e delle fabbriche, nei cantieri navali, nei sotterranei delle scuole. Nessuno si chiedeva cosa respirasse davvero. Poi, lentamente, l’Italia ha cominciato a fare i conti con le conseguenze.

Quando i primi operai hanno iniziato a tossire, a perdere fiato, a morire di un tumore raro e inesorabile chiamato mesotelioma, si è capito che quell’eternità industriale aveva un prezzo. Questa non è la storia di una fabbrica soltanto, ma di un Paese intero che ha respirato la polvere prodotta dalla modernità. È la storia di Casale Monferrato, di Bari e di tanti altri luoghi in cui l’amianto ha lasciato una scia silenziosa.

Una storia che comincia nel primo Novecento e che, oggi, non è ancora finita.

Per contestualizzare l’argomento di oggi, vale la pena spiegare cos’è l’amianto. L’amianto, o asbesto, è una sostanza minerale naturale, non un’invenzione della chimica moderna. È un materiale che la Terra ha prodotto spontaneamente per milioni di anni, una roccia metamorfica, cioè un minerale che è evoluto nel corso delle ere geologiche grazie alla temperatura e alle pressioni elevate del sottosuolo. Una volta formatasi ed estratta, si presenta come un intreccio di fibre lunghe, flessibili e sottilissime, più sottili di un capello umano ma incredibilmente resistenti. È un minerale straordinariamente stabile: non brucia, non si decompone, non si dissolve negli acidi. È, in sostanza, indistruttibile. E proprio da questa caratteristica deriva il suo nome, dal greco amíantos, “incorruttibile”.

Ad oggi sono note 6 tipologie diverse di questo minerale, ognuna con caratteristiche e colori ben definiti e adatta a diversi impieghi. Le sue qualità sono note da tempi antichissimi. Gli Egizi lo impiegavano già per tessere le bende che avvolgevano le mummie, convinti che il suo potere di resistere al fuoco potesse proteggere i corpi anche nell’aldilà.

Anche i Greci e i Romani lo conoscevano bene: Plinio il Vecchio, nel primo secolo dopo Cristo, lo descrive come una meraviglia della natura, raccontando che con quella fibra si tessevano tovaglie che, invece di essere lavate, venivano gettate nel fuoco per tornare bianche.

Le cronache medievali raccontano che persino Carlo Magno possedesse un mantello intrecciato con fibre d’amianto, che gettava nel fuoco per stupire i suoi ospiti. Probabilmente era solo una leggenda nata dall’antico stupore per quella fibra “incorruttibile”, ma racconta bene il fascino che l’amianto esercitò sull’immaginario umano ben prima dell’era industriale.

Per secoli l’amianto rimase una materia rara, quasi magica, estratta a mano e usata in quantità minime, quasi un lusso per gli artigiani e gli alchimisti. È con la rivoluzione industriale che tutto cambia. Nel XIX secolo, in piena corsa alla modernità, l’amianto viene riscoperto e valorizzato come risorsa industriale.

Le miniere del Canada, del Sudafrica, della Russia e, in Italia, del Piemonte iniziano a estrarre tonnellate di questo materiale che sembra possedere tutte le virtù che l’industria sogna: economico, abbondante, facilmente lavorabile e capace di resistere a tutto.

Nascono così le prime manifatture, e nel 1828 in Scozia viene depositato il primo brevetto per tessuti ignifughi a base di amianto. Di lì a poco, il suo utilizzo si diffonde ovunque: nei freni dei convogli ferroviari, nei rivestimenti delle caldaie, nelle guarnizioni dei motori, nei materiali isolanti per navi e fabbriche.

Ma la vera rivoluzione arriva alla fine dell’Ottocento, quando un ingegnere austriaco, Ludwig Hatschek, trova il modo di miscelare le fibre d’amianto con il cemento e ottenere un composto nuovo, leggero, resistente e praticamente indistruttibile. È così che nasce il fibrocemento, un materiale che Hatschek battezzerà con un nome che suona come una promessa di immortalità: Eternit, dall’eternità.

Un nome simbolo di un’epoca e, alcuni anni dopo, di una tragedia.

Nel corso del Novecento, l’amianto viene impiegato ovunque. La sua versatilità lo rende adatto a tutto: coperture, canne fumarie, vasche di raccolta dell’acqua piovana, pannelli fonoassorbenti, pavimenti, tubazioni, isolanti termici ed elettrici.

Si stima che, nel suo periodo di massimo utilizzo, tra gli anni Cinquanta e Ottanta, oltre tremila prodotti di uso industriale o civile contenessero amianto in diverse forme.

In Italia, come altrove, l’amianto viene accolto con entusiasmo. Anche qui le prime lavorazioni iniziano nei primi anni del Novecento, e nel 1907 nasce a Casale Monferrato la fabbrica Eternit, destinata a diventare un simbolo e, molti anni dopo, un incubo.

L’industria del cemento-amianto si espande rapidamente: Broni in Lombardia, Bari in Puglia, Cavagnolo in Piemonte, Rubiera in Emilia, Narni in Umbria. Tutti poli produttivi che fabbricano tubi, canne fumarie, tegole, serbatoi, lastre ondulate. La “fibra miracolosa” entra nel tessuto stesso dell’Italia che costruisce. Negli anni del boom economico, tra gli anni Cinquanta e Settanta, l’amianto diventa onnipresente.

Le case popolari, le scuole, le fabbriche e persino gli ospedali vengono coperti di lastre in fibrocemento. Le Ferrovie dello Stato lo usano come materiale isolante per locomotive e vagoni; l’Enel lo impiega nelle centrali elettriche; la Marina Militare lo installa nelle navi e nei sommergibili; l’industria automobilistica lo utilizza nella produzione di freni, frizioni e guarnizioni dei motori. È il materiale perfetto per un Paese che cresce in fretta e vuole costruire in modo solido, economico e veloce. L’amianto è talmente diffuso da diventare “invisibile”. Nessuno lo teme, pochi ne conoscono i rischi. Ma già allora, fuori dall’Italia, il mondo scientifico lancia i primi allarmi.

In realtà già alla fine dell’Ottocento, in Inghilterra, i medici osservano una strana fibrosi polmonare tra gli operai delle filande d’amianto. Nel 1906, in Francia, viene documentato il primo caso di morte da esposizione professionale. Ma solo negli anni Trenta, in Gran Bretagna, studi sempre più rigorosi collegano l’inalazione delle fibre a una malattia che verrà chiamata asbestosi, una forma di insufficienza respiratoria cronica provocata dall’accumulo di polveri nei polmoni.

Successivamente, negli anni Cinquanta e Sessanta arrivano le evidenze circa l’insorgere di tumori: prima il carcinoma polmonare, poi il mesotelioma pleurico, un cancro rarissimo fino ad allora, ma improvvisamente ricorrente nei lavoratori esposti. In Italia, però, per decenni queste informazioni restano marginali. Le autorità non intervengono, l’industria minimizza, e la cultura del lavoro si fonda ancora sull’idea che “la polvere faccia parte del mestiere”.

Così, mentre in molte parti del mondo rallenta e gradualmente si riduce l’impiego dell’amianto, nel nostro Paese la produzione continua a crescere. Gli anni Sessanta e Settanta sono quelli del massimo utilizzo. Il “miracolo economico” italiano è letteralmente costruito su fondamenta d’amianto.

Ma iniziano ad apparire le prime vittime. Operai che tossiscono, che si ammalano dopo anni di lavoro, medici che osservano nei raggi X delle ombre sconosciute. La malattia è lenta, e il suo tempo non coincide con quello dell’industria. Il mesotelioma può restare silente per decine di anni. E così, mentre i primi sintomi emergono, le fabbriche producono ancora, i cantieri costruiscono, le navi salpano.

Quando la produzione di cemento-amianto cessa definitivamente, nel 1986, e la legge del 1992 vieta l’estrazione, l’importazione e la lavorazione dell’amianto e dei suoi prodotti, l’Italia ha già respirato troppo. Le fibre, invisibili e leggere, si sono depositate nei polmoni di migliaia di persone e nel suolo di intere città. Ancora oggi, decenni dopo, le bonifiche sono in corso. Si stima che ci siano ancora milioni di metri quadrati di coperture in cemento-amianto sparse sul territorio nazionale.

La storia dell’amianto in Italia è, in fondo, la storia di un’illusione.

Un materiale che sembrava eterno, e che in un certo senso lo è stato: perché le sue fibre, infinitamente piccole, continuano a vivere nei corpi, nei muri, nei registri delle malattie professionali.

È forse l’eredità più lunga del nostro Novecento industriale.

Nella storia che raccontiamo oggi, parlare di “incidente” non è corretto, perché non c’è stata un’esplosione, non c’è stato un crollo. Non c’è stato caso specifico.

Non è capitata in un momento isolato, non c’è un giorno preciso né un evento improvviso. La storia dell’amianto si è sviluppata nel tempo, e dura ormai da decenni. Una storia costruita un tassello dopo l’altro, ogni giorno in cui un operaio ha respirato una fibra.

Il caso più famoso è quello di Casale Monferrato, dove la fabbrica Eternit ha operato dal 1907 al 1986. Per quasi ottant’anni ha prodotto tubi, lastre e canne fumarie in cemento-amianto. Ma la chiusura della fabbrica non è stata sufficiente a cancellare il problema. L’aria della città era impregnata di fibre che avevano attraversato muri, finestre e abiti e così, arrivarono le prime diagnosi di mesotelioma, risalenti agli anni Settanta.

Da allora, Casale non ha più smesso di contare i casi, migliaia, spesso tra persone che non avevano mai messo piede in fabbrica. Questa si chiama esposizione “familiare” o para-occupazionale ed è la forma più subdola di contaminazione, perché colpisce chi non ha mai avuto contatto diretto con la produzione, ma ha vissuto accanto a chi lo aveva.

Nelle famiglie operaie della Eternit, le tute da lavoro tornavano a casa ogni sera. Erano coperte di polvere grigia, che si scuoteva in balcone o si lavava a mano nelle cucine, nei cortili, nei lavatoi comuni. Ogni gesto quotidiano, apparentemente innocente, liberava nell’aria milioni di fibre microscopiche. Bastava respirarle, ogni giorno, per rimanere esposti.

Negli anni, quella polvere ha trasformato intere famiglie in vittime inconsapevoli: donne che non avevano mai varcato il cancello della fabbrica, figli che riabbracciavano i genitori al ritorno dal lavoro, anziani che vivevano in case costruite con materiali contaminati. A Casale, i registri sanitari mostrano chiaramente che una percentuale significativa dei casi di mesotelioma riguarda persone che non hanno mai lavorato direttamente alla Eternit, ma che erano semplicemente parte di quella comunità operaia.

E Casale non è stata un’eccezione.

In Lombardia, a Broni, la situazione è simile: la Fibronit ha prodotto cemento-amianto dagli anni Trenta fino agli anni Ottanta, e i quartieri vicini allo stabilimento sono diventati, con il tempo, un’estensione della fabbrica. Così come a Bari, sede dell’altra filiale di Fibronit.

La polvere di amianto, dispersa nel quartiere Japigia, ha contaminato per decenni il rione, nel centro urbano, dispersa dai capannoni, o attraverso materiali recuperati e usati nei giardini, dove i bambini giocavano nella “neve grigia”. In Piemonte, a Cavagnolo, in Emilia a Rubiera, in Umbria a Narni, in Sardegna a Cagliari, la storia si è ripetuta con la stessa dinamica: stabilimenti che davano lavoro e dignità, ma diffondevano nell’aria un veleno invisibile. A Monfalcone, Trieste, Genova e La Spezia intere generazioni di coibentatori, saldatori, tubisti e marittimi usavano l’amianto per isolare le caldaie delle navi e le pareti dei motori. Nelle officine ferroviarie di Bologna, Firenze e Torino, dove le stesse fibre venivano spruzzate a caldo per isolare dal rumore e dal calore locomotive e carrozze, i registri di malattia hanno documentato numeri significativi di tumori asbesto‑correlati. Centinaia di lavoratori hanno respirato quotidianamente fibre in spazi chiusi, senza maschere, senza protezioni, spesso senza sapere nemmeno il nome del materiale che maneggiavano.

E poi c’è Balangero, un piccolo comune alle porte di Torino, che per decenni ha ospitato la più grande miniera di amianto d’Europa. Da quella cava, profonda e tortuosa, si estraeva il crisotilo, l’amianto “bianco”, considerato per anni il più “sicuro” rispetto alle varietà più rigide e friabili come la crocidolite, il cosiddetto “amianto blu”.

In realtà, non era affatto innocuo. La miniera di Balangero ha fornito fibre a tutto il continente, alimentando la produzione della Eternit e di molte altre industrie. Il lavoro di estrazione era faticoso e mal pagato, e gli operai respiravano ogni giorno polveri dense in gallerie dove la ventilazione era scarsa.

Anche i paesi intorno furono esposti: i depositi di scarto erano all’aperto e nei giorni di vento una nube sottile si posava sui tetti e nei campi. Oggi la miniera è chiusa e in fase di bonifica, ma i danni ambientali e sanitari si sono protratti per decenni e si fanno sentire ancora oggi. La pericolosità dell’amianto sta nella sua ingannevole discrezione: non ha odore, non dà irritazione immediata, non causa sintomi sul breve periodo. Quando entra nel corpo, non crea immediatamente problemi, ma resta lì, inerte. Le fibre, lunghe e sottilissime, si àncorano ai tessuti dei polmoni e della pleura, provocando una reazione infiammatoria cronica che, nel corso degli anni, può degenerare in tumore. Il periodo di latenza, come detto, è lungo, si parla in media trenta o quarant’anni.

Ciò significa che chi si ammala oggi può aver iniziato l’esposizione negli anni Settanta o Ottanta. Per questo, anche se le fabbriche sono chiuse da decenni e l’estrazione è stata interrotta, i casi continuano a emergere. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità e del Registro Nazionale dei Mesoteliomi lo confermano: in Italia vengono diagnosticati ogni anno circa 1.500 nuovi casi di mesotelioma, e oltre un quarto riguarda persone mai esposte professionalmente.

È la prova che la contaminazione non si è limitata alle mura delle fabbriche, ma ha investito intere comunità. Le malattie da amianto sono diventate, a tutti gli effetti, malattie sociali, generate da un modello industriale che per decenni ha sacrificato la sicurezza all’efficienza, inizialmente senza neanche saperlo.

Il filo che tiene insieme tutti questi luoghi è duplice. Da un lato, possiamo vedere la banalità, per così dire, del suo impiego: l’amianto era ovunque perché era economico, resistente, facile da lavorare, e la cultura industriale del tempo privilegiava la quantità prodotta e la funzionalità del manufatto più della tutela della salute. Dall’altro, la latenza del danno: una malattia che arriva molto dopo l’esposizione rende difficile riconoscere la causa, rallenta le reazioni istituzionali, offre argomenti a chi minimizza.

È per questo che il salto di consapevolezza è stato lento e faticoso: servivano studi rigorosi e la pazienza di collegare storie individuali a una trama collettiva. Quando tutti gli elementi si sono messi in fila, non c’è stato più dubbio: l’amianto non era un accessorio neutro della modernità, era probabilmente il suo lato più oscuro.

Ed è così che comincia un altro capitolo della storia italiana: quello della giustizia, o meglio, della rincorsa alla giustizia.

Perché, in questi casi, la giustizia arriva quando le fabbriche sono chiuse, quando i colpevoli sono anziani o morti, quando le città hanno già contato decine di funerali.

È una giustizia che procede su un terreno fragile, fatto di memorie, di cartelle cliniche, di fibre raccolte nei campioni d’aria.

Il processo più importante — quello che segnerà un’epoca — è quello di Casale Monferrato. È il 2012 quando il tribunale di Torino pronuncia la prima storica condanna contro i vertici della Eternit per disastro doloso e omissione di cautele. Sedici anni di carcere: una sentenza esemplare. Ma due anni dopo, nel 2014, la Cassazione annulla tutto. Il reato, dicono i giudici, è prescritto: troppo tempo è passato, il disastro è iniziato decenni prima, quando la legge non lo prevedeva ancora come tale.

È una sconfitta formale, ma simbolicamente enorme. Per la città, per le famiglie delle vittime, per gli operai che hanno testimoniato, è come se il tempo stesso si fosse preso gioco di loro. Tuttavia, quella sentenza — anche se cancellata — lascia un’eredità importante: dimostra che è possibile portare a giudizio un intero sistema produttivo. E che la parola “ambiente” può entrare a pieno titolo nel lessico della giustizia penale.

Da lì in avanti si apre una stagione di processi frammentati, spesso complessi e contraddittori. È la fase degli “Eternit bis”, che riguarda le singole città, le singole vittime, i singoli periodi di esposizione. Le accuse diventano più mirate: non più disastro ambientale, ma omicidio colposo o volontario. Si passa dal processo simbolico al processo tecnico, dal “chi ha inquinato” al “chi è morto per colpa di chi”.

A Casale, nel 2023, arriva una nuova condanna per omicidio colposo aggravato: dodici anni di carcere per le 392 vittime accertate. L’appello, nel 2025, conferma la responsabilità ma riduce la pena. Viene confermato il principio per cui chi conosce il rischio e non lo ferma, ne è moralmente e giuridicamente responsabile.

Anche in Lombardia, a Broni, si apre un lungo contenzioso. Qui la fabbrica della Fibronit ha operato per mezzo secolo, e l’intera comunità è stata investita dal disastro. Le prime cause civili risalgono agli anni Novanta; poi arrivano le inchieste della magistratura, i riconoscimenti INAIL, i primi risarcimenti per malattia professionale. A Broni, come a Casale, la giustizia si scontra con il tempo: molti dei dirigenti dell’epoca non sono più tra noi, i documenti si sono persi, le leggi di allora non prevedevano reati in tal senso. Ma la consapevolezza cresce, e la città si organizza: si mappa il territorio, si bonificano le scuole, si costruisce un archivio della memoria. È la società civile, più che la giustizia, a mantenere viva la coscienza del disastro.

Nel Sud, a Bari, il caso della Fibronit esplode più tardi. L’azienda, che per anni ha prodotto cemento-amianto nel cuore della città, chiude nel 1985 lasciando un’area contaminata grande quanto l’intero rione. Quando si scopre che il terreno e le falde sono pieni di fibre, il Comune decide di recintare la zona e, dopo anni di battaglie, di bonificarla.

Lì dove c’era la fabbrica è sorto oggi il Parco della Rinascita, uno spazio verde che racchiude il significato più alto della parola “memoria”: la restituzione della vita dove si è lottato con la morte. Anche qui i procedimenti penali si intrecciano con quelli amministrativi, con sentenze che riconoscono la responsabilità delle imprese ma si perdono spesso nei labirinti della prescrizione. 

Nel Nord-Est, a Monfalcone, le aule di tribunale si riempiono di ex operai dei cantieri navali. Le loro testimonianze compongono un coro di uomini che per decenni hanno respirato amianto. I processi, in questo caso, si chiudono con condanne limitate e pene simboliche, ma producono un effetto storico significativo: riconoscono il nesso tra esposizione professionale e malattia, e obbligano le aziende a farsi carico dei risarcimenti. È la prima volta che la parola “amianto” entra ufficialmente nel linguaggio della giurisprudenza italiana con un significato preciso: non un rischio generico, ma una causa diretta di morte.

A Balangero poi, la giustizia deve misurarsi con la natura. La miniera più grande d’Europa, chiusa negli anni Novanta, diventa un caso di disastro ambientale permanente. Le indagini accertano che gli scarti di lavorazione hanno contaminato suoli, corsi d’acqua e abitazioni. I procedimenti giudiziari si intrecciano con le operazioni di bonifica, ancora oggi in corso, in uno dei più complessi interventi ambientali d’Italia.

E infine, in Sicilia, con la Eternit di Priolo Gargallo, nel cuore del polo petrolchimico siracusano, la vicenda dell’amianto si intreccia con quella di una più ampia emergenza industriale: decenni di inquinamento atmosferico e marino, migliaia di lavoratori esposti senza protezioni, una popolazione che ha respirato per anni sostanze tossiche oltre alle fibre. Le indagini sulla Eternit Siciliana e sulle imprese del polo hanno portato alla luce una realtà complessa, dove la tutela ambientale era praticamente inesistente e la priorità era solo la produzione. I primi riconoscimenti per malattie asbesto-correlate sono arrivati molto tardi, ma le bonifiche e le inchieste hanno aperto una nuova consapevolezza anche nel Mezzogiorno.

Guardando a tutti questi luoghi, si capisce che le conseguenze dell’amianto oltre che giuridiche, sono anche culturali e morali. La legge 257 del 1992 è figlia di questa stagione, così come i protocolli sanitari, i registri dei mesoteliomi, le reti di sorveglianza epidemiologica e le politiche di bonifica.

Ma le sentenze, da sole, non bastano. A fare davvero giustizia è stata ed è ancora oggi la società: le associazioni dei familiari, i medici del lavoro, i sindacati, i giornalisti, i cittadini.

Le città che un tempo producevano e respiravano amianto oggi sono anche i luoghi in cui si sperimentano nuove forme di rinascita come il Parco Eternot a Casale, il già citato Parco della Rinascita a Bari, le aree verdi di Broni e Balangero e i progetti di recupero ambientale a Siracusa.

A Casale Monferrato, dove tutto è cominciato, molti ex operai ricordano quella polvere con un misto di ingenuità e amarezza.

Raccontava Gino Ponzio, operaio Eternit e poi testimone al processo di Torino:

«Era come la neve. Cadeva piano dal soffitto e si posava ovunque. La chiamavamo la neve buona. Nessuno ci aveva detto che era veleno»

Un altro lavoratore, Giovanni Fruttero, spiegava:

«Quando uscivamo dai reparti, bastava passare una mano sulla giacca per sollevare una nuvola bianca. Tornavamo a casa così, senza cambiarci. Non sapevamo».

Le loro parole compaiono nel documentario Polvere, che ha dato volto e voce a una comunità intera.

Un ex operaio della Fibronit, Pietro Curti, dichiarò in un’intervista del 2008:

«C’erano giornate in cui non si vedeva niente. Sembrava nebbia. Respiravamo quella roba e ridevamo, perché faceva parte del lavoro. Oggi so che ridevamo del nostro funerale».

Nel libro La polvere e il silenzio (a cura dell’Associazione Esposti Amianto), Luciano Bianchi, ex coibentatore, racconta:

«Lavoravamo dentro le navi, in spazi stretti, con l’amianto che ci cadeva addosso. Si respirava, si mangiava, si dormiva in mezzo a quella roba. Nessuno portava la maschera. Dicevano che non serviva».

Nel documentario La montagna di polvere, Giuseppe Lanteri, minatore per trent’anni a Balangero, ricordava:

«Si scendeva senza protezioni, si lavorava in mezzo alla polvere, si tossiva sempre. Era normale. Nessuno ci diceva niente. Poi hanno cominciato a morire i compagni».

Accanto a queste testimonianze, ci sono le parole dei medici e degli epidemiologi che per primi hanno collegato le malattie all’esposizione all’amianto.

Benedetto Terracini, figura chiave dell’epidemiologia italiana, spiegava negli anni Novanta:

«Il mesotelioma è una malattia della memoria. Colpisce oggi chi ha respirato quarant’anni fa. È il segno di un danno che non finisce con la fabbrica, ma continua nel tempo, come una scia che non si dissolve».

C’è poi la testimonianza di Primo Levi, che nel suo “Il sistema periodico” del 1975, diceva:

«C’era amianto dappertutto, come una neve cenerina: se si lasciava per qualche ora un libro su di un tavolo, e poi lo si toglieva, se ne trovava il profilo in negativo; i tetti erano coperti da uno spesso strato di polverino, che nei giorni di pioggia si imbeveva come una spugna, e ad un tratto franava violentemente a terra.»

Se oggi quella polvere non si vede più, è anche grazie a queste voci. Perché sono loro ad aver costretto il Paese a guardare, a ricordare, e ad agire.

La puntata di oggi è stata tosta, ma non voleva avere un fine “ansiogeno”, anche se di amianto, soprattutto nei vecchi edifici ce n’è ancora molto, è vero.

Anche troppo.

Ci siamo soffermati su chi ha avuto a che fare con l’amianto nella propria attività lavorativa e sulle loro famiglie; ma che impatto ha su di noi che siamo cresciuti in un’Italia in cui l’amianto è stato bandito?

Nel corso degli anni, oltre alle bonifiche e alla rimozione di componenti in amianto dagli edifici, sono state avviate campagne di campionamento delle fibre disperse in aria e sono state introdotte misure di sicurezza ulteriori, come la “vetrificazione”, ovvero il rivestimento delle lastre di eternit con vernici che “incollano” le fibre e gli impediscono di disperdersi.

Perché il problema non sono le lastre in sé, che finché rimangono integre e compatte non risultano pericolose. Il problema si verifica quando queste si sfaldano e liberano le fibre nell’aria.

Ad oggi moltissimi paesi industrializzati come Russia, Cina e USA utilizzano ancora le fibre di amianto per la produzione di manufatti. Il Canada ha interrotto l’utilizzo solo nel 2018.

Come spesso accade, sono le persone che lavorano a contatto con certe sostanze a rischiare di più e non gli utilizzatori finali. E come sempre accade, l’esposizione deve essere prolungata per aumentare sensibilmente la probabilità di sviluppare malattie.

Naturalmente, tornando a chi lo utilizzava per lavoro, la storia dell’amianto è la storia di un Paese che ha spesso accettato di non sapere. Poi sono arrivati i primi malati, le prime diagnosi, i primi processi. E da lì le contromisure.

Ogni anno, ancora oggi, in Italia si registrano nuovi casi di mesotelioma, e le statistiche ricordano che questa storia non appartiene soltanto al passato. Ma con gli strumenti giusti, possiamo costruire qualcosa di meglio per il futuro.

“OMBRE SUL LAVORO: LEZIONI (IMPARATE E MANCATE) DAI GRANDI INCIDENTI” è un podcast di MAY S.r.l.s. registrato ai 2Play Studios di Varese

Lo script è di Andrea Addabbo e Gaia Bocola

Le voci sono di Andrea Addabbo e Cristina Gramegna

Le musiche del podcast sono disponibili su www.fesliyanstudios.com

Il titolo della sigla è “Wolves”, di The Austen.

Le fonti dei contenuti audio sono indicate nella sinossi

Troverete articoli, risorse e altro legato al mondo della sicurezza sul lavoro sul sito may-hse.com

Fonti web:

Stabilimento Eternit di Casale Monferrato – Istituto Luce: https://www.youtube.com/watch?v=WxmVZYN3wGs

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