S1. Ep.10 – Inondazione di melassa a Boston

A Boston, nel quartiere di North End, c’è un parco tranquillo. Gente che corre, bambini che giocano, qualche turista che si ferma a guardare le vecchie fotografie appese su un pannello di metallo. Nessuno immagina, a prima vista, che proprio lì, in quel luogo sereno, un secolo fa la morte sia arrivata sotto forma di… melassa.

Sì, proprio l’innocua melassa: densa, dolce, bollente. Una sostanza che puoi immaginare di mettere sui pancake o di trovare nei biscotti della nonna E invece, il 15 gennaio del 1919, si trasformò in un mostro bollente e nero che travolse tutto con la violenza di uno tsunami.

Quella mattina, una cisterna industriale alta come un palazzo si ruppe improvvisamente, liberando quasi 9 milioni di litri di melassa liquida nel cuore della città.

In pochi istanti, la dolcezza si fece morte: case spazzate via, treni ribaltati, persone trascinate da una marea vischiosa che correva a più di 50 km/h.

Quello che oggi ci sembra quasi surreale – morire affogati nella melassa – fu una tragedia reale e tremenda. Ventuno morti, centocinquanta feriti, e una città intera che faticò per mesi a lavare via il disastro.

E come spesso succede, dietro il disastro c’erano le solite vecchie conoscenze: avidità, incuria scarsa attenzione alla sicurezza. Un secolo fa, certo. Ma certe storie, lo abbiamo già visto, non invecchiano mai.

Siamo nel gennaio del 1919. La Prima Guerra Mondiale è finita da poco più di due mesi. Gli Stati Uniti hanno vinto, sì, ma tornano a casa con un conto sociale molto alto da pagare.

Quattro milioni di soldati smobilitati rientrano in patria, molti trovano il loro precedente posto di lavoro occupato e un paese profondamente trasformato.

L’economia bellica, che fino a pochi mesi prima aveva prodotto a ritmo forsennato armi, alcol industriale e rifornimenti, rallenta bruscamente. I prezzi aumentano, i salari restano bassi, e nelle fabbriche inizia a serpeggiare la tensione.

Il periodo tra il 1917 e il 1920 sarà ricordato come uno dei più turbolenti della storia americana. Il periodo degli scioperi generali, delle sommosse razziali, delle bombe anarchiche nelle cassette della posta. È il tempo della paura rossa — il “Red Scare” che tornerà prepotente negli anni ’50 — quando tutto ciò che è protesta viene etichettato come bolscevico, sovversivo, pericoloso. In un clima di allarme e diffidenza, ogni dissenso viene visto come una minaccia all’ordine costituito.

Boston non fa eccezione. È qui che a settembre scoppierà lo sciopero della polizia — il primo nella storia degli Stati Uniti — lasciando la città nel caos più totale per giorni.

Ed è sempre qui che si concentra una delle comunità di immigrati italiani più numerose e povere del paese: operai, portuali, muratori, analfabeti e spesso ridotti a vivere in quartieri sovraffollati e malsani, come il North End.

Sono loro a svolgere i lavori più pesanti.

Ed è proprio in questo quartiere che, nel 1915, la Purity Distilling Company, sussidiaria della United States Industrial Alcohol Company, decide di costruire una gigantesca cisterna per lo stoccaggio della melassa.

Un cilindro di acciaio grigio, alto più di quindici metri, largo ventisette, capace di contenere quasi 9 milioni di litri di liquido zuccherino. 

Altro che dolcificante per i biscotti: da quella roba si ricava alcol per esplosivi, carburanti e rhum.
E con la guerra in corso, quel liquido appiccicoso vale oro.

Nonostante fosse chiaro fin da subito che la cisterna presentasse dei problemi, negli anni a venire il quartiere Accetterà suo malgrado tutti quei segnali sinistri.

Gli operai fanno finta di non sentire i cigolii del metallo. I cittadini alzano le spalle. In fondo, è sempre stato così. La melassa è una fonte di lavoro, di profitto e una grande industria profuma sempre di progresso.. E poi, chi oserebbe protestare? 

In un’America che sta imparando ad avere paura dei suoi poveri, chi solleva una voce può finire etichettato come sovversivo, o peggio anarchico, o peggio ancora straniero indesiderato.

In questo scenario, in questa città ferita ma ancora in piedi, la tragedia è il risultato di un sistema che ha smesso di vedere le crepe — e ha imparato a conviverci. Stare zitti sperando che le crepe non si allarghino troppo. Risuona molto con la storia del Rana Plaza: terza puntata, se volete approfondire.

L’incidente

A Boston, il 15 gennaio 1919, mezzogiorno è passato da poco.

La temperatura è insolitamente mite per essere gennaio: il termometro segna quasi 11 gradi, quando appena due giorni prima era sceso sotto lo zero. Nel quartiere di North End la giornata scorre come tante. I bambini giocano nei vicoli, gli operai scaricano sacchi e legna vicino alla stazione, alcuni passanti si muovono lungo Commercial Street, vicino al molo. Nessuno sa che sta per accadere qualcosa di irreparabile.

Al centro della scena, la cisterna.

Questa fu eretta nel pieno della produzione bellica, senza alcun collaudo strutturale adeguato. Il test più elementare per verificare la tenuta — cioè riempirla d’acqua per controllare eventuali perdite — non fu mai effettuato.

Fin dall’inizio, la cisterna mostrò delle perdite consistenti. Le giunture lasciavano trasudare melassa in più punti. Alcuni testimoni, tempo dopo, riferiranno che le perdite erano talmente visibili che i bambini del quartiere passavano lì sotto con barattoli e tazze, per raccoglierne le gocce e portarle a casa.

E qui abbiamo un vero colpo di genio: anziché riparare la cisterna per rinforzarla, l’azienda diede indicazione di verniciarla di marrone, per nascondere visivamente le colature lungo la superficie.

Peccato che non fosse solo un problema estetico: le perdite erano il sintomo di un errore ingegneristico grave.

L’acciaio utilizzato era troppo sottile —parliamo di poco più di un centimetro — e conteneva troppo zolfo, il che lo rendeva più fragile e soggetto a fratture da fatica.

La fragilità nei metalli determina una caratteristica preoccupante in una struttura del genere. Invece di deformarsi, quando viene sollecitato il metallo tende a rompersi di schianto.

Aggiungiamoci le saldature, fatte in modo approssimativo e non rinforzate con bulloni o flange adeguate.

Ma il bisogno di profitto, legato all’aumento della domanda di alcol durante la guerra, spinse la compagnia a riempirla e svuotarla senza interruzioni.

Nei giorni che precedettero il disastro, fu stoccato un carico enorme di melassa proveniente da Porto Rico, carico che venne pompato all’interno del serbatoio.

La melassa veniva scaldata, come spesso accadeva, per facilitarne lo scarico.

Ma la temperatura rigida dell’inverno di Boston creò una differenza termica tale da determinare una forte tensione strutturale all’interno del serbatoio, già indebolito.

Poi, proprio la mattina del 15 gennaio, accadde l’evento decisivo: le temperature salirono bruscamente di oltre dieci gradi nel giro di poche ore.

La melassa, densa e pesante, iniziò ad espandersi rapidamente anche per via dei fenomeni di fermentazione. 

L’aumento di pressione, unito alla debolezza delle pareti e all’assenza di valvole di sicurezza adeguate, trasformò la cisterna in una bomba a orologeria.

Alcuni lavoratori, come Isaiah Gonzales, il custode dell’impianto, avevano sentito strani rumori provenire dalla cisterna nei giorni precedenti: scricchiolii, crepitii, lamenti metallici. Ma era già capitato, quindi nessuno intervenne.

Nessun tecnico fu mandato a ispezionare la struttura. Nessuna segnalazione fu registrata ufficialmente.

E così, a mezzogiorno e quaranta, la struttura cede.

La melassa è uno sciroppo denso e zuccherino, ricavato dalla lavorazione della canna da zucchero. Se lasciata a temperature comprese tra i 20 e i 35°C, fermenta naturalmente: i lieviti presenti nell’aria iniziano a nutrirsi degli zuccheri e, nel processo, producono etanolo, metano, anidride carbonica e calore.

È una reazione simile a quella che avviene quando si fa il vino o la birra, solo che qui avveniva in un’enorme cisterna chiusa, sotto pressione e senza controllo.

Il gas prodotto dalla fermentazione non aveva modo di uscire, e si accumulava giorno dopo giorno, aumentando la pressione interna, come in una gigantesca pentola a pressione.

Ricapitolando: la melassa in arrivo dai Caraibi era stata pompata calda (attorno ai 40/50°C) in una cisterna fredda e strutturalmente fragile, che perdeva da tempo.

La differenza di temperatura e l’enorme quantità stoccata furono la miccia che fece scoppiare tutto.

Fu sufficiente una falla nella base, probabilmente un bullone ceduto, a scatenare l’esplosione. 

Il metallo si aprì con un suono secco, seguito da un’esplosione sorda. L’aria fu squarciata dall’onda d’urto. In pochi secondi, l’intera cisterna si sventrò lateralmente, riversando la marea di quasi 9 milioni di litri di melassa nell’area del porto.

In un istante, un’onda viscosa alta oltre sei metri si abbatte sul quartiere. È molto più lenta, ma anche molto più pesante dell’acqua.

Una miscela appiccicosa che pesa una tonnellata e mezzo al metro cubo. Si muove a quasi sessanta chilometri orari, investe tutto ciò che trova: carretti, muri, binari. Un treno merci viene spinto fuori dalla sua rotaia e scagliato contro un magazzino. Un camion viene travolto come se fosse di cartone. Le finestre esplodono.

I cavalli non riescono nemmeno a muoversi, vengono affogati sul posto.

Le persone che si trovano più vicine alla cisterna non hanno scampo: vengono letteralmente sollevate da terra e spinte contro muri o pali di ferro, poi inglobate dalla massa nera.

Nel panico, molti cercano rifugio. Alcuni tentano di arrampicarsi sulle impalcature, altri si rifugiano negli ingressi dei palazzi, ma è inutile: la melassa si insinua ovunque, invade scantinati, sale per le scale, trascina fango e vetri con sé. In pochi secondi, una parte intera del quartiere viene sommersa.

Qualcuno, anni prima, decise che testare un serbatoio era tempo perso, che bastava nascondere le perdite con la vernice. Che era meglio scegliere il silenzio. E questo era il risultato.

I soccorritori, arrivati da ogni angolo della città, si trovano davanti a uno scenario inimmaginabile.

Ogni passo è faticoso. Le scarpe restano incollate al suolo. Le ambulanze non riescono a passare: le ruote slittano nella melassa. I soccorritori si muovono a fatica, arrancano nel liquido denso fino alle ginocchia, spesso fino alla vita. 

Cercano i superstiti a mani nude, scavando sotto cumuli appiccicosi e tossici (la melassa in questione era usata per impieghi industriali, non era conservata per scopi alimentari, quindi era piena di sostanze pericolose come l’ammoniaca o l’acido solfidrico).

Le prime vittime verranno trovate dopo ore, annegate in piedi, bloccate da quello sciroppo caldo e appiccicoso.

Le immagini che circolano nei giorni successivi sono così forti che perfino i giornali più sensazionalistici scelgono di non pubblicarle.

Il giorno dopo, il quartiere è irriconoscibile. Le strade sono una massa lucida e nera, che con la nuova discesa delle temperature, diviene viscosa in poco tempo.

Gli edifici sono danneggiati, le strutture industriali abbattute. I ponti della ferrovia sono crollati. Le cantine sono piene fino al soffitto. Il fetore zuccherino diventa nauseante. I soccorritori continuano a scavare per giorni. Alcuni corpi verranno ritrovati solo settimane dopo, sotto le macerie.

Alla fine, il bilancio ufficiale conterà 21 morti e oltre 150 feriti. Molti di loro erano lavoratori immigrati, alcuni bambini, altri passanti. I cavalli morti si contano a decine. Le stime parlano di milioni di dollari di danni, un’intera zona della città paralizzata, e un dolore collettivo che nessuno si sarebbe aspettato di dover associare a una cisterna di melassa.

Quando l’onda di melassa si ritira, lascia dietro di sé oltre alla distruzione, anche una serie di domande. 

Domande su come una struttura così grande abbia potuto esplodere all’improvviso. Su chi sapesse. Su chi avesse ignorato i segnali. Su come fosse possibile che, nel cuore di una città come Boston, una bomba fosse stata lasciata crescere fra quattro pareti d’acciaio sottile.

Non passano molti giorni prima che le autorità aprano un’inchiesta.

Ma la United States Industrial Alcohol Company non aspetta nemmeno i primi rilievi per muoversi. Inizia subito a parlare di sabotaggio.

Accusa “elementi anarchici” legati ai movimenti operai italiani, molto attivi in città in quel periodo. La teoria è che qualcuno, dall’interno, abbia piazzato una bomba alla base della cisterna per colpire l’economia americana e vendicarsi del clima repressivo che colpiva i sindacati.

È una tesi che trova spazio sui giornali, e che fa comodo a molti.

Ma col passare delle settimane, la verità comincia a emergere.

Nessun sabotaggio. La struttura era difettosa. Le saldature delle pareti erano fragili. Nessuno aveva davvero ispezionato il serbatoio prima del riempimento. L’azienda aveva messo la cisterna in funzione in fretta e furia, senza alcuna autorizzazione formale da parte del Municipio, senza studi strutturali o altre verifiche approfondite.

E, fatto ancora più grave, già da anni si sapeva che la cisterna perdeva: gli operai avevano più volte segnalato crepe, perdite, vibrazioni sinistre.

Ma la compagnia aveva preferito ignorarle. Anzi, le aveva coperte, letteralmente, verniciando di marrone le pareti per non far notare le gocce che colavano lungo la struttura.

A partire dal 1920, prende avvio un processo civile lunghissimo. Sebbene l’impianto fosse formalmente gestito dalla Purity Distilling Company, fu la United States Industrial Alcohol Company – in quanto proprietaria e responsabile ultima – a essere citata in giudizio e condannata al risarcimento.

La distinzione tra le due aziende fu rilevante solo a livello burocratico: per i giudici, le colpe della sussidiaria ricadevano interamente sulla compagnia madre. 

Il caso viene affidato a un giudice unico, tale Hugh Ogden, che condusse un’udienza durata ben 3 anni.

Vengono ascoltate centinaia di testimonianze, tra ingegneri, operai, funzionari, familiari delle vittime, agenti di polizia. Il verdetto è chiarissimo: la colpa è della compagnia.

Non c’è stato alcun atto di terrorismo. La cisterna era inadatta, difettosa, costruita con negligenza e mantenuta con superficialità.

Il risultato del processo segna una svolta nella storia legale americana.

La United States Industrial Alcohol Company viene condannata a risarcire le vittime e i familiari dei morti con un totale di 628.000 dollari – una somma enorme per l’epoca, che equivale oggi a quasi 12 milioni di dollari.

I singoli risarcimenti arrivano fino a 7.000 dollari per ciascuna vittima, una cifra che all’epoca significava la possibilità concreta di rifarsi una vita (parliamo di circa 130.000 dollari a testa).

Il caso lasciò in eredità qualcosa di più grande dei risarcimenti: una nuova attenzione pubblica verso la responsabilità delle aziende.

Per la prima volta, negli Stati Uniti, un tribunale aveva riconosciuto la responsabilità diretta di una compagnia privata in un disastro urbano. Una decisione storiche, che fece scuola.

Da quel momento, si rafforzò l’idea che un’impresa non potesse operare al di sopra della legge, e che la sicurezza dei cittadini non fosse sacrificabile per incrementare i profitti.

Il processo si chiuse nel 1925. Ma nel quartiere, il vero giudizio era già stato emesso molto prima. Per la gente del North End, non ci fu bisogno di aule, perizie o sentenze: la colpa era chiara.

La tragedia era stata costruita con i bulloni, l’acciaio scadente, le decisioni sbagliate.

Quando si legge di un’inondazione di melassa, il primo istinto è sorridere.

Sembra quasi una caricatura, una nota comica in mezzo alla storia. Ma chi c’era, chi ha visto, chi ha perso tutto sotto quella colata dolciastra, non ha mai riso.

Le testimonianze raccolte nei giorni e negli anni successivi raccontano un’esperienza traumatica, fisica.

Molti dei primi testimoni furono soccorritori. Vigili del fuoco, poliziotti, volontari. Raccontarono di corpi coperti da una pellicola spessa, impossibili da riconoscere.

Di cavalli letteralmente soffocati in piedi, ancora in posizione, gli occhi spalancati.

Di urla attutite da una sostanza che entrava nei polmoni e bloccava ogni movimento.

Un testimone, Martin Clougherty, all’epoca diciottenne, dormiva nella stanza sopra il bar di famiglia, accanto alla cisterna. Racconterà più tardi che fu scaraventato dal letto come in un’esplosione, si svegliò sommerso da un liquido denso e bruno, al buio, convinto di stare per morire.

Quando venne estratto, il suo primo pensiero fu che Boston fosse stata bombardata da una nave nemica.

Joseph Hiller, di Chelsea, raccontò al giornale che stava tornando al vicino deposito merci della Bay State dopo pranzo, quando la tragedia si abbatté:

Scrisse il Globe:

“Disse di aver udito un rombo e di aver visto il grande serbatoio aprirsi e crollare, mentre una parete di melassa, alta circa 15 metri nella parte frontale, si riversava sul terreno con un suono ribollente e sibilante”.

Un uomo che stava camminando su Commercial Street, sotto la linea ferroviaria sopraelevata, fu scaraventato a terra, al momento dell’esplosione.

Un altro fu proiettato fuori dal carro che stava guidando, mentre il suo cavallo fu ucciso.

Tre case, situate nel cortile adiacente, crollarono quando il serbatoio si ruppe, e due automobili, che si trovavano a soli 9 metri dal contenitore, vennero sbalzate contro i lampioni, che a loro volta si spezzarono nell’impatto.

Sempre il Globe riportava:

“Un soldato, che si trovava a breve distanza dal punto dell’esplosione, dichiarò di non aver udito alcun rumore di scoppio, ma che il grande serbatoio di melassa sembrò semplicemente collassare. Tuttavia, l’urto si avvertì chiaramente fino a circa 15 metri di distanza.”

Molti soccorritori raccontarono la sensazione di essere rimasti invischiati. 

I vestiti si attaccavano alla pelle, gli stivali affondavano.

Alcuni membri della Marina dichiararono che la sensazione era come “camminare attraverso cemento fresco con addosso uno zaino bagnato”.

Per settimane, la melassa rimase intrappolata nei pavimenti di legno, nei tombini, nei muri delle case.

Un altro aspetto che colpì profondamente fu l’odore.

L’aroma dolce, nauseante, della melassa calda. Per alcuni abitanti del North End, quell’odore fu un incubo ricorrente per anni. Le famiglie italiane, in particolare, che avevano subito molte delle perdite, raccontarono che bastava aprire un barattolo di miele o caramello per far tornare alla mente le immagini dell’incidente. Alcuni non toccarono mai più dolci nella loro vita.

Ci furono episodi toccanti durante le ricerche.

Si racconta di un cane da salvataggio che riuscì a individuare tre corpi sotto uno strato di melassa di quasi un metro. Di un volontario che scavò per sei ore consecutive a mani nude, finché non perse i sensi. Di bambini che, nei giorni successivi, portavano bottiglie per raccogliere “il liquido zuccherino”, non capendo ancora che fosse lo stesso che aveva ucciso i loro vicini.

Un senso di spaesamento restò nelle strade anche dopo la pulizia. Le fontane pubbliche continuarono a emanare un odore dolciastro per mesi. I binari della ferrovia rimasero incrostati. I muri delle case restarono appiccicosi, tanto che molti abitanti del quartiere giurarono che, per decenni, nelle giornate più calde, si potesse ancora sentire l’odore della melassa nell’aria.

Le parole, le memorie, i ricordi – a distanza di oltre un secolo – ci restituiscono un’esperienza sensoriale: un dolore denso, vischioso, impossibile da rimuovere in fretta.

E ogni testimonianza, anche la più semplice, è un modo per continuare a ripetere che nessuna tragedia, per quanto assurda possa sembrare, merita di essere dimenticata.

Oggi, chi cammina lungo Commercial Street, nel quartiere North End di Boston, difficilmente immagina che lì, sotto l’asfalto, sotto i marciapiedi lisciati dal tempo, si sia consumata una delle tragedie più assurde e devastanti della storia americana.

Non ci sono più tracce visibili. Le cisterne sono sparite, i magazzini sono diventati uffici o ristoranti, e la città, come spesso accade, ha finito per inglobare la tragedia nel tessuto della quotidianità.

Ma la “Great Molasses Flood” del 1919 non è del tutto scomparsa.

Ne resta il ricordo, raccontato dai nipoti, dai libri di storia urbana, dalle commemorazioni. 

Anche oggi, in un contesto che misura tutto in termini di produzione e rendimento, il rischio di ignorare le “crepe”, metaforiche e non, è sempre presente.

Che siano nelle strutture o nei processi, le crepe sono avvisi. E diventano pericoli quando scegliamo di ignorarli.

Qualsiasi pericolo, prima di trasformarsi in qualcosa di dannoso, può sembrare innocuo. È quando lo sottostimiamo o lo ignoriamo che diventa un problema.

Ricordo ancora una collega che qualche anno fa mi raccontava di due tizi, in un’azienda per cui lavorava, che si tiravano addosso bicchieri di alcol industriale per gioco. Poco dopo, durante la pausa, accendendo una sigaretta, i vestiti di uno dei due hanno preso fuoco.

Non so se si può parlare di ignoranza o sottostima in questo caso, sicuramente è qualcosa che si poteva evitare.

Come si poteva evitare l’incidente della storia che abbiamo raccontato, vecchia di 106 anni.

Anche oggi, nei giorni di sole a Boston, c’è chi giura che se il vento arriva dal porto, si può ancora sentire l’odore della melassa.

“OMBRE SUL LAVORO: LEZIONI (IMPARATE E MANCATE) DAI GRANDI INCIDENTI” è un podcast di MAY S.r.l.s. registrato ai 2Play Studios di Varese

Lo script è di Andrea Addabbo e Gaia Bocola

Le voci sono di Andrea Addabbo e Cristina Gramegna

Le musiche del podcast sono disponibili su www.fesliyanstudios.com

Il titolo della sigla è “Wolves”, di The Austen.

Fonti web:

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